Per alcuni il tempo è solo un’unità di misura. Per altri è una prospettiva. Ad Alice, che nel suo paese delle meraviglie chiede «per quanto tempo è per sempre?», il Bianconiglio risponde così: «A volte, solo un secondo». Nel Mugello, in quello che è ormai noto come il Bosco degli Svizzeri, il tempo è trascorso senza essere stato misurato da nessun orologio. Il ritmo, almeno stavolta, lo detta la natura. È l’ordine biologico delle cose.

Bosco degli Svizzeri – ph. Giorgio Federici

E così, dalla manciata di semi che un gruppo di giovani studenti di Zurigo ha tenuto sui palmi aperti, ecco che a poco più di mezzo secolo di distanza quel secondo potrebbe durare (quasi) per sempre. Perché il legno degli alberi seminati e cresciuti in silenzio per difendere il territorio della Toscana reduce dalla grande alluvione del ’66 si trasformerà presto in spazi fisici. Anzi, in luoghi.
Sono stati sufficienti cinquant’anni perché dal bosco fosse possibile ricavare 150 metri cubi di legno di douglasia e 200 metri cubi di legno di pino nero. Materiali, questi, che saranno utilizzati per costruzioni anti-sismiche all’interno di due scuole primarie (nei comuni fiorentini di Borgo San Lorenzo e Scarperia-San Piero) e per la realizzazione di impianti polivalenti a San Piero e Luco di Mugello.
E pensare che inizialmente i progetti di ampliamento erano soltanto due. «Non conoscevamo la quantità di legno a disposizione» racconta l’ingegnere Ario Ceccotti (Comitato Firenze 2016). «Con l’utilizzo della duglasia erano previsti soltanto l’estensione della palestra a San Piero a Sieve e la sopraelevazione della Dante Alighieri a Borgo San Lorenzo. Poi abbiamo valutato anche l’utilizzo del pino nero. Ed ecco le nuove proposte progettuali. Prima con lo spogliatoio del futuro palazzetto polifunzionale adiacente alla scuola di Luco, poi con la copertura del palazzetto di Scarperia e San Piero».

Scuola Dante Alighieri, Borgo San Lorenzo

Chi pensa che il vantaggio di costruire queste nuove strutture in legno sia esclusivamente economico si sbaglia. Sì, per le amministrazioni locali che si faranno carico dei progetti ci sarà un risparmio sul costo dei materiali. Ma ciò che più conta è il valore culturale di un’idea che va incontro ai territori e alla sua gente, assecondandone i bisogni e svolgendo quella preziosa funzione protettrice.

Scuola “Don Giuseppe Tagliaferri”, Luco di Mugello

«Siamo tutti coinvolti. E crediamo profondamente in questo cambiamento culturale», aggiunge Ceccotti. «La più grande suggestione non è dettata dal fatto che questa operazione sia frutto di una straordinaria storia di solidarietà. Il punto non è neppure il dono che ci hanno fatto gli studenti del politecnico di Zurigo. L’idea più bella è di realizzare un progetto grazie alla legna cresciuta nel bosco». E che, aggiungiamo noi, ha assolto alla sua funzione primaria. Ovvero quella di proteggere il territorio assorbendo le acque e stabilizzando i terreni e le sponde, proteggendoli dall’erosione.

«È così che dovrebbe sempre essere, è così che dovrebbe funzionare» chiosa Ceccotti. «Dovremmo pensare alla natura come a una risorsa. Ci aiuta a vivere meglio e più al sicuro. È un modo di vivere in armonia con l’ambiente. E tutto torna al suo posto, quasi fosse una linea ideale…».

Un tracciato virtuoso che, in fase di progettazione, non trascura neppure la sicurezza. Perché sì, l’Italia è un paese morfologicamente fragile. Oltre al rischio idrogeologico e idraulico dobbiamo fare i conti anche col rischio sismico. E costruire con il legno, «se il progetto è ben fatto» (come sottolinea Ceccotti), significa rispondere anche a questa esigenza. Per dimostrare la resistenza di un edificio in legno, l’ingegnere mostra l’esperimento effettuato a Kobe, in Giappone, dove sulla tavola vibrante più grande del mondo è stato costruito un palazzo di oltre 23 metri (con l’utilizzo di 150 metri cubi di legno, un volume che «nelle foreste del Trentino resce in due ore»).

Sottoposto a una lunga serie di scosse (compresa quella del 17 gennaio 1995 che proprio in Giappone causò oltre 6mila vittime), l’edificio ha resistito. «Gli unici interventi di manutenzione richiesti, tra una scossa e l’altra, è stata quella di stringere qualche vite», chiude Ceccotti. «Ovviamente, per arrivare a questo risultato, qualcuno deve pure aver piantato gli alberi». Già, anche stavolta è una questione di tempo (e di prospettive).

gianluca testa

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