Ci sono storie dalle caratteristiche quasi fiabesche, storie che non hanno fine. Storie che non si concludono con quella tradizionale frase che siamo soliti leggere ai bambini poco prima che siano colti dal sonno più pesante. «E vissero felici e contenti…». Qua non ci sono né principi né principesse. Perché questa è una storia che nasce nel fango. Una storia che ha vita e che sopravvive al tempo nonostante la mortalità umana. E allora ecco che riecheggiano parole, come quelle che prendiamo temporaneamente in prestito da Gabriel García Márquez.

«Lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti».

Questo è L’amore ai tempi del colera. Ma è un ben altro genere d’amore quello che ha dato origine al Bosco degli svizzeri. Un amore solidale, altruistico, spontaneo nonostante sia stato trasmesso. Non indotto, trasmesso. Già, ma da chi? All’indomani della grande alluvione, chi fu a inviare quei giovani studenti del politecnico di Zurigo nel Mugello affinché piantassero alberi destinati a far crescere un bosco capace di rallentare il percorso dell’acqua al fiume?

Il Bosco degli svizzeri – ph. Giorgio Federici

Una domanda apparentemente senza risposta. Un mistero, direbbe qualcuno. Sono proprio i segreti e gli enigmi irrisolti ad avvolgere di fascino i frammenti di una narrazione che fino a poco tempo fa sembrava essersi dissolta. Forse nei libri, negli archivi o negli almanacchi. Ma non nelle menti dei protagonisti, che ribollono ancora oggi, cinquant’anni dopo, per quell’esperienza che ha segnato in modo indelebile le loro esistenze.

Eppure una risposta c’è. Esistono indizi che possono ricondurre all’origine di un’idea che neppure quei giovani agronomi dal cuore in fiamme hanno saputo ricostruire.

Una premessa, però, è doverosa. Se il Bosco degli svizzeri continuerà a vivere non sarà solo per il merito di certe narrazioni. Se il Bosco degli svizzeri continuerà a vivere è perché tra qualche anno, un paio al massimo, ci saranno ampliamenti scolastici (rigorosamente antisismici) realizzati con il legno di quegli alberi piantati nel marzo 1967. Perché saranno organizzati altri eventi per celebrare, commemorare e ricordare. Perché quegli alberi di douglasia e pino nero trasformati in materiali da costruzione sono stati sostituiti da altre giovani piante. E il ciclo continua. Quello del bosco e quello della vita.

Il ritorno nel Bosco degli svizzeri, 50 anni dopo

Quindi ecco il primo e atteso indizio: l’idea del Bosco degli svizzeri non è nata in Svizzera. Che il problema delle alluvioni sia strettamente correlato alla presenza dei boschi sul territorio è un fatto noto per agronomi e forestali, ma non per tutti gli altri. Una scienza conosciuta. Tant’è che, come scrivono Pietro Piussi e Giampiero Wirz nella rivista Testimonianze fondata da Ernesto Balducci e dedicata alla grande alluvione, «questa problematica ha costituito materia di studio e d’insegnamento nelle scuole forestali dell’area alpina già nella fine del XIX secolo, in particolare dopo gli eventi catastrofici verificatisi nel 1882 in diverse località dell’arco alpino».

A quattro anni di distanza da quei fatti, gli studenti della Scuola di Vallombrosa furono protagonisti di un viaggio di studio sulle Alpi francesi. Lì che si trovava il Restauration des terrains de montagne, ovvero il servizio forestale istituito nel 1860 con lo scopo principale di rimboschire al fine di limitare l’erosione del suolo. A capo di quella spedizione c’era il professor Francesco Piccoli, direttore del Regio istituto di Vallombrosa, che nel libro Boschi e torrenti (1905) scrisse che «i gravi danni delle inondazioni che si ripetono ogni anno […] hanno richiamato spesse volte la pubblica attenzione sulla necessità di rimboschire i nostri monti e di ordinare il corso delle acque per provvedere alle strade delle strade e degli abitanti».

Pietro Piussi e, sullo sfondo, il Bosco degli svizzeri – pg. Giorgio Federici

D’accordo, quindi l’idea non era nuova. Ma quando il docente di selvicoltura del Politecnico federale svizzero contattò la facoltà di scienze agrarie e forestali dell’Università di Firenze per realizzare il progetto, nessuno disse che l’ispirazione – quella vera – era arrivata da Israele.

Subito dopo l’esondazione dell’Arno esplose la solidarietà internazionale. Ma il Medio Oriente era lontano. Troppo lontano per essere concretamente d’aiuto. E allora qualcuno pensò bene di ospitare nei kibbutz quei giovani – italiani e non – che studiavano a Firenze e che, in alcune circostanze, erano rimasti privi di una una stanza e di un letto in cui dormire. Per molti fu un’occasione formativa e di crescita. Ed è proprio in quella circostanza che appresero la pratica del rimboschimento come soluzione a lungo termine per limitare la portata delle piene. Oltretutto ad applicarla erano proprio dei volontari. Un valore aggiunto che rendeva quest’operazione più interessante di una semplice azione simbolica nei confronti di Firenze e di tutta la Toscana.

Pietro Piussi nel bosco – ph. Ario Ceccotti

Se ora chiedeste informazioni a uno dei testimoni, nessuno saprebbe dirvi il nome di quello studente che trascorse nel kibbutz un mese o forse due. Anzi, direbbero di non essere neppure a conoscenza di quel viaggio. Eppure il modello israeliano fu ritenuto efficace. Tanto da far arrivare quell’intuizione in Europa, fino a Zurigo. Il politecnico prese la faccenda sul serio. E Quando fu coinvolta anche l’Italia, al giovane Pietro Piussi fu detto così.

«Va’ tu a Zurigo. Cerca di capire cosa vogliono fare questi svizzeri».

Piussi andò, ma la storia era già cominciata. Forse proprio a Firenze.

gianluca testa

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