Ci sono ricordi che non si dimenticano e che neppure il tempo cancella e porta via. Ricordi che per qualche ragione restano lì, solidificati nella memoria nonostante siano stati avvolti per anni nel silenzio. Poi ecco che scocca la scintilla. È sufficiente un pretesto perché l’idea di condividerli si trasformi in bisogno. Urgente, immediato, irrinunciabile.

Basta un post su Facebook a far riemergere frammenti di una vita fa, passata e mai scordata. Storie divertenti, drammatiche, private. Storie di dettagli, di particolari apparentemente trascurabili ma che rendono il reale ancor più reale. Immagini vivide che spesso riaffiorano negli occhi e nella mente di chi, nel 1966, non aveva ancora raggiunto gli anni a doppia cifra. Della grande alluvione a Firenze si ricordano tutti. E ognuno ha la sua reminiscenza.

«Io c’ero», scrivono i più. «Un vissuto drammatico», aggiungono altri. Per tutti si tratta comunque di un «ricordo indelebile». In mezzo a quei tanti, tantissimi cittadini che sulla pagina “Toscana Firenze 2016” si affidano ai commenti per un ricordo che sboccia come fosse una necessità impellente, c’è chi rivendica un’etichetta. Come Sonia Andrei. «Io, fra i tanti angeli…», scrive.

Delle centinaia di messaggi scritti, quelli che riproponiamo sono solo una piccola selezione. Definirli commenti è opportuno ma inappropriato. Del resto il gergo della rete impone alle parole nuovi significati, quindi occorre adeguarsi. Però a noi piace chiamarli ancora con il loro nome: ricordi. Perché alla fine, come sempre, è il senso che incide sul significato. Senza addentrarci in interpretazioni semantiche, lasciamo che siano i dettagli secondari a tenere in vita memorie e suggestioni.

 

  • «Ricordo anch’io il fango mescolato alla nafta. Colorò i miei stivali bianchi, che allora andavano molto di moda».
    (Eleonora Marchiori)

 

  • «Avevo quindici anni, lavoravo all’Esselunga. Non sapevamo dell’alluvione, ma la gente portò via tutto quello che c’era in negozio. Il direttore ci disse di restare per rifornire gli scaffali. Poi incominciò ad arrivare l’acqua e il camion che era nel cortile sprofondò in una voragine che si era aperta perché lì vicino c’era un palazzo in costruzione. Abitavamo in un seminterrato, l’acqua arrivò dalle fogne di piazza Puccini. La tartaruga è rimasta sotto il muro crollato del giardino. Quando l’abbiamo ritrovata ha continuato per molto tempo a vomitare acqua e petrolio. Ma si è salvata».
    (Fiammetta Gamerra)

 

  • «Me la ricordo. Non si andava a scuola e s’andava a prendere l’acqua dall’autobotte».
    (Massimo Luparini)

 

  • «Lavoravo in via Panzani ma abitavo a Coverciano. Sono arrivato in piazza Santa Croce in barca. Emozione che non dimentico».
    (Vanda Baraldi)

 

  • «Avevo due anni e mezzo, abitavo in via Santa Reparata. Pare impossibile, eppure ho anch’io dei ricordi. Mi ricordo anche della mia casa, dalla quale traslocammo pochi mesi dopo e di cui non ci sono foto. Sono a cavalcioni sulle spalle del mio babbo e siamo in fondo a via Santa Reparata, appena arrivati in via XXVII Aprile. Sono in alto e vedo gli stivali verdi del mio babbo che cammina nell’acqua melmosa. È tutto grigio e l’acqua fa mulinello intorno agli stivali. Mi dissero che cercammo di arrivare in piazza San Marco, ma poi si tornò indietro».
    (Antonella Marchini)

 

  • «All’epoca avevo vent’anni. Alle sette della mattina del cinque novembre andai in Lambretta (più che altro con i piedi sempre in terra per non cadere) fino al Ponte Vecchio e in piazza del Duomo. Era uno spettacolo terribile. Oltre al resto colpiva il fango, la puzza di nafta e i visi straniti delle poche persone che s’incontravano. Purtroppo non avevo pensato a portare la fotocamera, perché non avevo pellicola, ma soprattutto non avevo idea di cosa fosse successo. Tornai indietro, in un negozio in piazza Libertà trovai dei rotolini di diapositive a colori e, armatomi di fotocamera, questa volta tornai per fare le foto che volevo. Ma nel frattempo avevano chiuso tutto il centro ai curiosi, quindi feci le mie foto solo nella mia zona (Campo Marte e dintorni). Anche queste, a colori, sono rimaste in cantina fino a due anni fa, quando le ho ritrovate e condivise».
    (Antonio Panunzio)

 

a cura di gianluca testa

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