«Quando sono tornato a Grezzano ho incontrato persone che avevano un’aria familiare. Ero certo di aver già visto quei volti. Poi mi sono accorto che probabilmente si trattava dei figli delle persone che ho conosciuto nel 1967». I territori si riflettono anche nelle espressioni e nei lineamenti di chi quelle terre le abita da generazioni. Una consapevolezza che Kaspar Von Arx ha maturato con il tempo. Un’esperienza empirica e istintiva che ha avuto modo di sviluppare nei sui quarant’anni di permanenza in Toscana. «Ho provato le stesse sensazioni dopo aver visto gli affreschi di Piero della Francesca, ad Arezzo. Li guardi, li ammiri. Poi partecipi al palio di Siena e tutt’attorno ti sembra di vedere gli stessi identici volti ritratti sui muri».

Che la sensibilità di Kaspar sia particolarmente predisposta all’arte e alla bellezza non è un mistero per nessuno. Eppure il suo percorso è di tutt’altra natura (e non a caso con la natura ha sempre avuto a che fare). Era uno degli angeli del bosco, Kaspar. E sicuramente lo è ancora. Perché quando si vivono esperienze così intense è difficile scrollarsi di dosso i segni e i ricordi della storia. Perché di questo si tratta. L’alluvione di Firenze non è solo un evento drammatico e catastrofico che ha colpito una delle città più suggestive del paese. Quell’episodio si è presto trasformato nel simbolo di un’intera epoca. Il fango non ha rappresentato la fine, bensì l’inizio di una nuova fase. E determinante, in questo complesso contesto, è stata la spontanea spinta solidaristica che non si è limitata ai confini nazionali.

Kaspar Von Arx

Kaspar è uno dei protagonisti. Insieme ad altri colleghi del politecnico di Zurigo è arrivato a Grezzano per rimboschire un terreno semiabbandonato al fine di proteggere l’Arno e la Toscana. Un episodio che ha segnato in modo indelebile il resto della sua vita. Perché Kaspar, come molti altri, dopo aver teso una mano a questa regione ha deciso di farne la sua residenza. Così è stato per lui, così è stato per molti altri. Che siano angeli del bosco o del fango, poco importa. Per quanto sporca e bisognosa d’aiuto potesse sembrare, è la città di Firenze che hanno scelto. (Forse non è un caso che la sindrome di Stendhal sia anche chiamata sindrome di Firenze).

Kaspar Von Arx e gli angeli del bosco

«Abito in Toscna da quarant’anni. Vicino a Bucine, in provincia d’Arezzo» ci racconta Kaspar. «Dopo essere stato a Grezzano, tornai in Svizzera. Quella fu la mia prima vera esperienza di vita. Talmente segnante che fece nascere in me il desiderio di occuparmi delle terre incolte. Cominciai a lavorare su quelle abbandonate dai contadini». Il suo desiderio più grande era quello di avviare un’attività agricola. Ma se è vero che sognare non costa niente, altrettanto non si può dire delle terre del Ticino. «Erano ambite dai turisti. Costavano troppo e nessuno era disposto a vendere». E allora perché non tornare in Toscana? «L’ho amata durante la mia permanenza. Era una terra rinomata, e lo è ancora. Negli anni Settanta, poi, si potevano trovare cose bellissime a prezzi accessibili. Così abbiamo fatto il grande passo».

La casa di Kaspar e di sua moglie Christiane

Kaspar ha acquistato un podere – anch’esso abbandonato – e si è trasferito insieme a tutta la famiglia là dove un tempo sorgeva un castello dell’anno Mille di cui non restano neppure le rovine. Si chiamava Castiglion Alberti, lo stesso nome che l’azienda agricola di Kaspar ha preso in eredità. «Abbiamo impiegato anni per recuperare la terra, sistemare la casa, creare un allevamento e iniziare la coltivazione degli olivi».

Al posto di quel castello sono nate una chiesa, una canonica e una casa contadina (che ora è l’abitazione di Kaspar). «Ho sempre lavorato la terra. Poi è arrivato un momento in cui a mia moglie serviva aiuto per il suo lavoro. Quindi ho lasciato l’attività contadina a mio figlio, che con piacere si è fatto carico della gestione e che a tutt’ora si occupa dell’azienda».

Le ceramche di Christiane Perrochon – ph. christianeperrochon.com

Sua moglie si chiama Christiane Perrochon. È una ceramista. Complici le suggestioni che solo certi frammenti di Toscana possono regalare, col suo mestiere ha ottenuto un meritato successo. Tant’è che anche Kaspar ha iniziato a collaborare con lei, contribuendo alla creazione di colori «che sono ispirati alle terre toscane».

Christiane Perrochon

«Quando ci siamo trasferiti i bambini erano ancora piccoli e mia moglie doveva badare a loro. Inoltre il laboratorio non era ancora pronto. L’atelier l’abbiamo aperto solo in un secondo momento» racconta Kaspar con orgoglio e soddisfazione. «Poi ha ricominciato a lavorare, facendo ricerche e sperimentando. Negli anni Novanta, a seguito di un fortunato incontro con alcuni galleristi di Parigi, l’attività è partita alla grande». Ora quelle ceramiche prodotte in provincia di Arezzo sono richiestissime tanto in Giappone quanto in America.

«Grezzano? Ho visitato il bosco con mio figlio quando aveva sei o sette anni…» ricorda Kaspar, che fatica a trattenere l’emozione. «Ricordo bene quel giorno. E il bosco era la metà di quello di oggi. Quando l’ho rivisto, a cinquant’anni di distanza, mi sono sorpreso nel constatare la grande quantità di legno che c’era tutt’attorno».

Nonostante abiti a soli sessanta chilometri da Grezzano, Kaspar è tornato in quel bosco solo due volte. I rapporti con le persone incontrate nel 1967 si sono diradati. Con qualcuno, ma non con tutti. «Non con Maria Grazia e Maurizio. Quella è una storia diversa», dice. Lei è la giovane figlia di Attilio, che li accolse nella fattoria del console svizzero. Lui è il primo riferimento per il Museo Casa D’Erci, che qualche anno fa ha ospitato la mostra fotografica dedicata proprio a quei giovani studenti intraprendenti. «È bello trovarsi legati da una storia così straordinaria. Anzi, è stupendo».

Il ritorno di Kaspar nel Bosco degli svizzeri – ph. Giorgio Federici

Una meraviglia a cui ha voluto dare continuità. Perché sugli scaffali della libreria di quella casa che si trova a tre chilometri da Bucine c’è ora un altro pezzo di storia che conserva gelosamente. È il libro che ha ricevuto in omaggio in occasione delle celebrazioni organizzate per ricordare il mezzo secolo del Bosco degli svizzeri. Prima che gli altri angeli come lui scomparissero insieme ai testimoni di allora e ai protagonisti di oggi, Kaspar l’ha fatto firmare a tutti. Nessuno escluso. Un ricordo che si somma ad altri ricordi, affinché possa diventare indelebile. Proprio come l’inchiostro del pennarello con cui sono state fatte quelle firme.

gianluca testa

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