La bellezza dei bambini sta tutta lì, nella verginità delle loro anime e nella speranza sognatrice che cresce nei loro cuori. Troppo spesso sono soggetti alla retorica di adulti che, ormai privi di strumenti e forse perfino disillusi, li guardano attribuendo loro la responsabilità di salvare un futuro che non siamo stati in grado di tutelare. Eppure quell’incombenza così grave non dovrebbe spettare a loro, spiriti candidi che tra le loro priorità dovrebbero avere quella di giocare. Lo ricordava anche Gianni Rodari nel suo “Promemoria” che, a suo dire, tutti i bimbi dovevano tenere bene a mente.

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Già, il gioco. Anche durante l’alluvione ci sono stati bambini che non c’hanno rinunciato. Bimbi come Marco, che al tempo non aveva ancora compiuto dieci anni. In un tema scrisse che nell’acqua passava e ripassava un fiasco di vino. Cercò la balestra per colpirlo, ma non la trovò. «Allora feci delle palline di pongo, ma il fiasco era già lontano e non ce la facevo a tirare. Poco dopo passò una damigiana, tirai e la presi. Le casse del Moretti si rizzavano e cascavano in acqua e sembravano uomini che facevano una gara di nuoto».

Non è una citazione casuale, quella di Marco. E neppure quella di Rodari. Perché lui, ben prima che gli fosse intitolata buona parte delle scuole toscane, collaborò con Firenze e coi bambini che vissero l’alluvione del ’66 per la pubblicazione di un libro di racconti e di disegni, ormai quasi dimenticato. Insieme a lui c’erano Idana Pescioli e Lamberto Borghi. Un lavoro che fu raccolto nel volume “Com’era l’acqua, i bambini di Firenze raccontano” (La Nuova Italia, 1967).

«Ho visto passare un gattino su una madia. Passava ogni minuto, faceva il giro di una strada e ritornava di nuovo».

Alla fine furono più di duecento i bimbi coinvolti. Alcuni scrissero i loro ricordi, fermando nella memoria piccoli episodi secondari che di fronte alla portata della devastazione sarebbero rimasti invisibili agli occhi dei più. Altri fecero disegni, spesso bellissimi, in cui il colore prevalente era quasi sempre il marrone del fango che aveva ricoperto la città invadendo anche case e cantine.

«Il mio babbo non ci credeva che c’era l’acqua e andò a vedere. Poi venne un uomo che si chiama Vittorio con un camion e ci portò a casa sua. La mamma non ha preso nulla, soltanto il borsellino e la borsa con un po’ di mutandine per la Serena». (Rossana, 7 anni)

«L’acqua fece aprire il bandone della bottega di Faliero, dopo uscì tutta la sua bella frutta, lui guardava fisso il suo bandone piangendo di dispiacere». (Fabio, 10 anni)

«Quando l’acqua cresceva ho visto un carrettino con banane, pomodori e patate». (Maria Luisa, 8 anni)

Se non fosse stato per chi, con un approccio lungimirante, ha pensato bene di proporre un concorso di disegno nelle scuole a ridosso del cinquantesimo anniversario, forse di questo prezioso volume non si sarebbe più parlato. Eppure il Comitato Firenze 2016 ha indetto il bando, raccolto i disegni e premiato i più meritevoli. Compreso quello della scuola primaria De Majo di Pelago, che il concorso lo ha vinto. E proprio quel disegno – che a differenza di quelli dei bimbi del ’66 mette le ali agli angeli che hanno aiutato Firenze – è stato scelto da Poste Italiane per il francobollo commemorativo.

«Si vedeva l’acqua che saliva, saliva. Allora io andai sulle scale e tutti mi porgevano seggiole, quadri, soprammobili, lumiere, per portarli ai piani superiori. Rimase solo da prendere il salotto che era nuovo, ma non si fece a tempo. Ogni cosa restò sepolta sotto l’acqua giallognola e melmosa. Anche la macchina con la quale la mamma, essendo sarta, cuciva dalla mattina alla sera». (Maria Stella, 9 anni)

«Scesi dove abitava Giannino e vidi cose paurose; nella camera c’erano rimaste solo le reti del letto e l’armadio era tutto rotto». (Manuela, 9 anni)

«Vedemmo passare pasticcini, scatole, tavolini, cioccolatini, manichini, automobili. Passammo la giornata così, a guardare quell’acqua nera per la nafta, piene di terrore sapendo che saliva sempre più». (Marina, 9 anni)

I bimbi di ieri sono i testimoni di oggi. Ma per capire che si deve fare tesoro della memoria e costruire consapevolezze nuove partendo proprio da quelle esperienze, be’, non è sufficiente un concorso che mezzo secolo dopo coinvolge i bambini che l’alluvione (forse) l’hanno solo sentita raccontare. Basti pensare ai bimbi e ai ragazzi di Borgo San Lorenzo che avranno una scuola antisismica costruita in legno e che, come abbiamo già raccontato, ogni anno piantano un albero coscienti del fatto che quel gesto avrà un effetto di lunga durata sul loro territorio.

Probabilmente non avranno la possibilità di misurare il risultato di questa piccola grande azione. O forse sì. Ma, come scriveva Rodari, sogni e promesse volano. «Ma poi cosa accadrà? Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà».

gianluca testa

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