Mai più. Qualunque cosa accada non ci sarà mai più una scatola da scarpe riposta con cura in qualche angolo della casa. Poco importa che sia la mensola di una libreria o un cassetto del mobile buono di sala. Può essere conservata ovunque, purché quell’ovunque sia lontano dall’umidità. E così vediamo mani deformate dall’artrosi che maneggiano queste scatole piene di fotografie ingiallite. Non sono più in bianco e nero. Ora hanno lo stesso colore del fango che coprì Firenze dopo l’alluvione.

Screenshot dal docufilm “Grezzano 1967”

Il tempo trasforma gli uomini, incide i ricordi. Ma soprattutto cambia anche la conservazione della memoria. Quando parliamo del 1966 e degli anni a seguire, troviamo brandelli di memorie ancora impressi in quelle immagini gelosamente conservate.

Il ritorno nel bosco degli svizzeri, 50 anni dopo – ph. Ario Ceccotti

Che in cinquant’anni tutto è cambiato lo si capisce anche guardando le immagini di Giampietro Wirz proiettate nella Galleria degli Specchi di Palazzo Medici Riccardi. Anche lui è svizzero, anche lui è uno degli angeli del bosco che venerdì 13 marzo 1967 lasciarono il politecnico forestale di Zurigo per raggiungere il Mugello e lavorare al rimboschimento di un terreno abbandonato. «Il bosco è come una spugna, il prato come una mantellina…», dice.

All’indomani della visita nel bosco, mezzo secolo dopo, sono quasi tutti lì, seduti in prima fila. È il loro momento. Perché a ringraziarli ufficialmente, stavolta, non ci sono solo Firenze e il Mugello, ma tutta la Toscana. Sono lì, dicevamo. Eccetto Giampietro Wirz. Che in realtà si chiama Hans Peter, ma ormai per tutti è semplicemente Giampietro. Il Parkinson gli ha impedito di tornare di nuovo in Italia insieme ai suoi colleghi forestali.

È collegato via skype. Un’operazione inimmaginabile negli anni Sessanta. Eppure la tecnologia permette a Wirz di dialogare con tutti i presenti. Durante il soundcheck – anche se in sala qualcuno lo chiama “prova di collegamento” – lo vediamo mostrare con orgoglio la foto degli amici angeli scattata il giorno precedente in quel bosco che anche lui ha contribuito a far crescere.

«Vedete? Qua in Svizzera siamo avanti», dice scherzando. «Non solo siamo puntuali, ma abbiamo già la foto scattata ieri» aggiunge sventolando con le mani quell’immagine di medio formato.

Durante la sua permanenza a Grezzano, nel Mugello, di foto Giampiero Wirz ne ha scattate a centinaia. Dopo aver utilizzato prima la Kodak retina II che fu di suo padre (la conservava avvolta nella biancheria) e poi una Pentax, Wirz arrivò a Grezzano con una nuova Nikon. Rientrato a Zurigo, quegli scatti sono passati dalla camera oscura e hanno restituito la luce a nitidi e freschi ricordi.

ph. Giampietro Wirz

Così, una volta stampate, le foto furono inviate ad Attilio, contadino che in quegli anni prestava servizio nella fattoria del console svizzero che ospitò gli angeli del bosco. Le ha spedite a lui, a sua moglie e a sua figlia Maria Grazia, che al tempo aveva a malapena tredici anni. Una storia, la loro, che è stata ben raccontata da Iacopo e Serena Landi (associazione Beecom) con il documentario “Grezzano 1967, il bosco degli svizzeri”, premiato al concorso “25 volte al secondo, la cooperazione tra realtà e cinema”.

Appassionato di fotografia, Wirz ha scattato e documentato. Sempre. E grazie a questa sua passione le oltre settecento immagine che solo recentemente ha scansionato, digitalizzato e pubblicato on-line sono diventate una mostra allestita al museo della civiltà contadina di Casa D’Erci. Un piccolo appuntamento che la comunità di Grezzano ha accolto come se si trattasse di un grande evento. E di fatto lo era. Per il paese, certo. Ma anche per tutti coloro che lavoravano (e lavorano) per conservare la memoria. Non solo quella legata ai ricordi dell’alluvione e del bosco degli svizzeri, ma anche a quella vita di contadini e mezzadri che proprio in quegli anni si stava dissolvendo lasciando spazio a un’inedita modernità.

ph. Giampietro Wirz

Già, l’alluvione. Non l’abbiamo dimenticata. Vorremmo pensare che questo narrazione possa restare arginata in una pagina di storia. Ma sappiamo che prima o poi ci ritroveremo a raccontare nuove emergenze. Con la certezza che in quell’occasione la memoria (forse digitale?, chissà) non avrà più la concretezza di una foto ingiallita conservata in una scatola da scarpe.

ph. Giampietro Wirz

gianluca testa

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