«Qualcosa non va. La luce del bagno non si accende e il wc sta gorgogliano». Si rivolge al marito così, con la voce ancora impastata dal sonno. Una frase semplice, quasi minimale. Quella proiezione di vita quotidiana racchiude in sé l’embrione di una storia iniziata a Los Angeles qualche giorno prima.

«La città di Firenze e l’Unesco mi pagano un viaggio in Italia e mi consegnano una medaglia dicendo che non un eroe. Perché? Non ho salvato vite, non ho salvato arte, manufatti, cani, gatti. Un eroe non sono. Se non per caso» scriverà Joe quasi cinquant’anni dopo.

Siamo a Firenze. L’alba del quattro novembre 1966 deve ancora sorgere. Paula, affascinante moglie di Joe Blaustein, è in attesa del quarto figlio. Con quelle parole si rivolge al marito, che è ancora prigioniero del dormiveglia. In quella pensione che si affaccia sull’Arno, scelta con attenzione dopo aver volutamente rinunciato alla prospettiva di notti ben più confortevoli nell’Hotel Excelsior, la giovane donna si sveglia nella notte e si accorge che qualcosa non va. E di cosa si preoccupa? La luce del bagno che non si accende e il rumore sinistro che scaturisce dal water. Era ignara di quello che lì a breve sarebbe successo. Ma che le acque del fiume fossero inquiete lo si percepiva anche stando in piedi a fianco dello stipite dell’ingresso al gabinetto di una pensione fiorentina. Non una come tante. Perché affacciandosi alla finestra, da questa si poteva vedere solo e soltanto l’Arno.

Joe e Paula sono arrivati in città la sera prima, quasi per caso. Lui è un docente universitario, ma anche un artista e un pubblicitario. Con indosso quest’ultima veste era stato invitato dalla General Electric, di cui aveva curato l’immagine, per partecipare a un’udienza privata con Paolo VI.

Non era stato lui il primo pensiero dell’azienda. La delegazione ufficiale era già stata fissata da tempo, ma qualcuno aveva rinunciato proprio due giorni prima della partenza. Che figura avrebbe fatto la General Electric se si fosse presentata al cospetto del Papa con un paio di assenti? Pessima. È in quel momento che l’azienda pensò a Joe Blaustein e a sua moglie.

«Il Papa benedice me, un ateo blasfemo, trent’anni dopo il mio bar mitzvah. E tre giorni dopo mi trovo bloccato nella peggiore alluvione della storia italiana».

Questa sorta di trasferta aziendale prevedeva di trascorrere una settimana a Roma e due in giro per l’Europa. Nella capitale, per la prima volta, Joe Blaustein si trovò di fronte alla Pietà di Michelangelo. Ne rimase stupito e affascinato. Intanto fuori pioveva. Un diluvio costante, incessante, che non accennava a diminuire. Ricevuta la benedizione papale, ricorda e racconta delle vie romane, dei flirt in strada e di una manomorta che si è poggiata sul sedere della moglie durante la salite in ascensore.

Una miscela di bellezza ed erotismo. Sacro e profano si confondevano in questo strano e inaspettato viaggio che due americani hanno compiuto per caso nel bel mezzo degli anni Sessanta. Un viaggio che, dopo Roma e prima di Parigi, prevedeva un’altra tappa: Firenze.

«Appena arrivati ci accorgemmo che la pioggia era furiosa. Era peggio di Roma».

E così torniamo a quella notte in cui la luce del bagno non si accendeva e il wc gorgogliava. Era la notte dell’alluvione. Joe Blaustein era lì, proprio in quel momento. Con un figlio in arrivo e un viaggio da concludere. Ma non sono queste le ragioni che hanno fatto entrare Joe Blaustein nella storia. A rendere eterno il suo nome sono stati una vecchia Rolleiflex usata e dieci rullini a colori da esterno Ektachrome 64. Dieci rullini, dodici scatti ciascuno, centoventi fotografie. A colori.

«Dall’altra parte del fiume la macchina gialla che avevo visto e fotografato poco prima cominciò a muoversi, a galleggiare, poi a vorticare nell’alluvione. Così fecero anche le altre auto. Sembrava bizzarro vederle galleggiare tintinnanti, sottosopra nel fiume…».

Bloccato in quella pensione che si affacciava sull’Arno, il primo giorno scattò fotografie dalle finestre. Poi scese in strada all’alba del secondo giorno, quando ancora non c’era nessuno. Neppure i soccorsi. In quelle fotografie – eccezionalmente a colori, unica testimonianza cromatica di questo evento devastante – Joe Blaustein ha raccontato tutte le prime fasi dell’alluvione. Il fiume che s’ingrossa, l’esondazione, la devastazione che riemerge proporzionalmente al ritirarsi delle acque.

Una documentazione sorprendente, la sua. Un patrimonio enorme che è rimasto sepolto tra la polvere e in mezzo ad attrezzi da giardino e a vecchi scatoloni per oltre quarant’anni.

«Folle, ma una volta nella soleggiata California, tornato a Palisades, troppo occupato sia ad insegnare all’università che a lavorare, a mettermi in pari con le bollette e a guardare Paula espandersi, dimenticai di far sviluppare la pellicola fino a un mese dopo o forse più. Quando vidi quello che avevo tra le mani, chiamai la rivista Time Life. Questi erano i primi scatti dell’alluvione mentre stava accadendo, a colori».

Ma alla rivista americana ormai quel tema non interessava più. Era vecchio, superato. (Un pensiero non del tutto lungimirante, se giudicato col senno del poi). E così le foto rimasero in cantina, dimenticate a lungo e poi riscoperte per caso a vent’anni dalla morte della moglie. Joe Blaustein, ormai novantenne, ha pensato bene di restituire quelle immagini ai legittimi proprietari. Ovvero alla città di Firenze.

Li ha così donati all’Archivio Storico del Comune, sono state organizzate due mostre, incontri e conferenze stampa. È stato anche realizzato un libro (“I colori dell’alluvione”, a cura di Filippo Giovannelli e Giuseppe Sabella, da cui sono tratte le foto e le narrazioni di Joe). E lui, che ha vissuto in vecchiaia un periodo di inaspettata celebrità – proprio come inaspettato è stato quel viaggio in Italia – è perfino diventato protagonista di un docufilm di Alan Griswold (“Joe Blaustein and the Flood of Florence”).

gianluca testa

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