«L’è vivo. Il ricordo l’è vivo come allora. Se ci ripenso mi vengono i bordoni ancora oggi…». Maria Grazia Maiani è per tutti soltanto Grazia. Quel primo nome pare si sia smarrito poco dopo essere stato pronunciato dal parroco del paese mentre la teneva sospesa sopra il fonte battesimale. Ma in Toscana, si sa, c’è la predisposizione ad accorciare le parole. Si tagliano, si contraggono, s’apostrofano. Qualcuno sostiene che lo si faccia per risparmiare tempo e fiato. La verità è che il nostro vernacolo (si badi bene: vernacolo, non dialetto) non è altro che un parente stretto dell’italiano che, guarda caso, è diretto discendente del fiorentino trecentesco. Ecco perché quel “bordone” non deve stupire. L’espressione equivale alla pelle d’oca. Una condizione emozionale che Grazia, negli ultimi anni, ha provato ripetutamente (e con sua grande soddisfazione).

All’origine di questo arcobaleno sentimentale e affettivo che l’ha coinvolta c’è proprio la lingua. Quella straniera, che per una ragazzetta di tredici anni e per tutto il paesino in cui ha sempre abitato suonava come uno slang esotico e incomprensibile. Per gente semplice che negli anni sessanta viveva nella campagna toscana, a volte la lingua ha rappresentato una barriera insormontabile. Altre volte, però, ha contribuito alla costruzione di ponti ideali tra vite molto diverse tra loro.

Storie di uomini e donne che si sono incrociate, abbandonate e ritrovate. Sovrapposizioni casuali che hanno avuto un’origine comune: l’alluvione. Un evento drammatico che paradossalmente ha distrutto e costruito allo stesso tempo. Più di quanto abbia fatto qualsiasi altro evento della storia recente. Sembra quasi che le cose migliori nascano sempre dal dolore e dalle sofferenze. Una retorica che a volte trova le sue legittime corrispondenze.

Giampietro Wirz a Grezzano insieme ad Attilio e Maria Grazia Maiani – Casa d’Erci

Maria Grazia, che per tutti e per noi è soltanto Grazia, è la protagonista secondaria di una storia straordinaria. Testimone da bambina, ha il merito di aver contribuito a riportare alla pubblica attenzione la narrazione sul Bosco degli svizzeri che gli studenti del politecnico di Zurigo contribuirono a far nascere nel Mugello all’indomani della grande alluvione del ’66. Una storia di solidarietà realmente vissuta – e ora meritatamente narrata – ma rimasta a lungo chiusa nei confini dei paesi di Luco e Grezzano. Lì si è sviluppata e lì si è fermata almeno fino a quando, complice il cinquantesimo anniversario della terribile esondazione dell’Arno, è stata scritta un’e-mail. Quelle righe erano indirizzate al Comitato Firenze 2016 e portavano la firma di Patrizio Landi. «Lui è mio marito, che in realtà è di Luco» ci racconta Grazia. «Non ha vissuto direttamente quei venti giorni in cui gli studenti hanno piantato il bosco. Però si è appassionato alla vicenda. L’ha studiata, l’ha seguita, l’ha raccontata».

L’alluvione, Grazia, la ricorda appena. Ha memoria della piena del fiume Sieve e dei telegiornali che «per giorni non parlarono d’altro». Da Grezzano, piccola frazione del Comune di Borgo San Lorenzo, in molti partirono alla volta di Firenze per portare il loro aiuto. Più a sud, a una quarantina di chilometri scarsi, la vita non era più la stessa. La gloriosa, bella e ricca Firenze era sommersa da uno strato di fango. E in quel momento nessuno poteva immaginare di quale straordinario potere potesse avere sulla gente quella quantità incalcolabile di melma. Le persone, spinte da un’inedita e apparentemente inesauribile vena solidaristica, cominciarono a volersi bene davvero.

La giovane Maria Grazia in un ritratto di Giampietro Wirz. Grezzano, 1967

Un sentimento che nei confronti di quella ventina di studenti svizzeri si diffuse anche in paese, a Grezzano. «Il mi babbo faceva il contadino. In famiglia eravamo dodici o forse tredici. Eravamo tanti, troppi per poter vivere tutti insieme. Quando nel sessantacinque arrivò il console svizzero tutto è cambiato» racconta Grazia.

«Cercava personale da far lavorare nella sua fattoria. Per questo si rivolse a mio nonno, che a sua volta segnalò mio padre. E così ci trasferimmo tutti alla fattoria. I miei genitori hanno saputo adattarsi. Alle cinque del mattino il mi babbo andava a mungere le bestie, poi indossava gli abiti del cameriere e serviva il console, che era una persona straordinaria. Ci ha dato la possibilità di viver bene, di studiare e di crescere. Sia culturalmente sia umanamente».

Una gratitudine verso gli svizzeri che ancora oggi, a Grezzano, si respira nell’aria. Perché anche se quelle case sono abitate dai figli dei contadini o dai figli dei figli, nessuno dimentica la generosità del console che, quando abbandonò il paese alla fine degli anni ’70, si rese protagonista di un gesto raro. «Era proprietario di ventisette poderi. Anziché liberarsene vendendoli a prezzo di mercato, decise che quei terreni e quelle case sarebbero andate ai contadini che le abitavano. Il tutto in cambio di poche lire» ricorda Grazia. «Voleva lasciare un bel ricordo, desiderava che lì continuassero a vivere coloro che avevano reso Grezzano quella che era». Così voleva, così è stato.

Ed è proprio in quella fattoria che il console ha ospitato i giovani angeli del bosco. Li ha accolti con cene, aperitivi, offrendo un letto su cui dormire. Hanno parlato, progettato, riso e scherzato. Ci sono state sere in cui il padre di Grazia, Attilio, ha dovuto attingere alle riserve conservate in cantina perché le tante parole spese erano state bagnate con tutto l’alcol messo a disposizione. «Si sedevano davanti al camino, senza avere la minima intenzione di andare a letto» racconta Grazia, che attingendo ai suoi ricordi di bambina ripensa anche a quei fumetti prestati ai nuovi amici svizzeri. «L’unico che parlava correttamente l’italiano era Giampietro Wirz. Forse è per questa ragione che con lui abbiamo stretto un legame fortissimo. Spesso faceva da interprete con gli altri ragazzi. Erano tutti studenti tra i venti e i ventitré anni. Spesso prestavo loro i miei Topolino. Li leggevano volentieri, alla sera. Li aiutava anche nella comprensione dell’italiano…».

In quei venti giorni non c’è stato solo spazio per il rimboschimento. La Rai realizzò un servizio televisivo di cui si sono perse le tracce, tra gli svizzeri e le ragazze di Grezzano nacquero flirt e amori, la solidarietà si era trasformata in socialità. Era il momento delle amicizie sincere, della fratellanza. E andandosene, gli svizzeri, oltre alla riconoscenza di un paese intero si portarono via anche le canne di bambù – chissà perché – e i gioghi delle bestie. Una sorta di souvenir della vita contadina della Toscana post alluvionale degli anni Sessanta.

Giampietro Wirz di fronte alla tomba di Don Lorenzo Milani

Poi la storia si ferma. Dal 1967 a al 2011 c’è solo il bosco che cresce silente. Almeno fino a quanto, circa sei anni fa, Giampietro Wirz pubblica on-line le sue 700 fotografie che documentano i giorni trascorsi a Grezzano. Le persone che si credevano perse si ritrovano, il Museo della civiltà contadina organizza una mostra, il figlio di Grazia e Patrizio realizza un docufilm su questa storia, nascono i progetti per l’ampliamento delle scuole del Mugello utilizzando proprio il legno del bosco.

«A nostra insaputa, negli anni, gli angeli del bosco sono tornati. Ma l’hanno fatto in silenzio, senza che ne sapessimo niente» ricorda Grazia. «Con Giampietro Wirz la storia è andata diversamente».

Tornato in paese per la mostra, si è ritrovato a festeggiare il suo settantesimo compleanno con gli amici di un tempo. Ha conosciuto Barbiana e Don Milani. E ora che è affetto dal Parkinson e vive in una casa di riposo, di quando in quando riceve la visita di Grazia e Patrizio, che appena possono salgono in Svizzera per regalargli un abbraccio. «Il giorno del suo compleanno, dopo aver trascorso l’intera giornata a Barbiana, andammo a cena insieme. Eravamo in trenta. Alla fine Giampietro ci disse che quello era stato il più bel compleanno della sua vita».

Pietro Piussi, Giampietro-Wirz e Attilio Maiani nella cucina di Casa d’Erci

Quella sera, seduto a tavola, c’era anche il novantenne Attilio, il contadino-cameriere che ha coccolato gli angeli e servito il console con gratitudine per tutto il tempo che è stato necessario. È stato ricordato più volte, qui e altrove. Anche per quei ricordi fotografici custoditi come fossero il suo bene più prezioso. Ecco, nessuno ha detto che Attilio se n’è andato. È diventato un angelo lui stesso, proprio nell’anno delle celebrazioni per il cinquantesimo dell’alluvione.

«Sì, è morto da un anno» conclude sua figlia Grazia. «È morto tenendo le mani dentro la scatola da scarpe».

Quella in cui erano conservate le foto.

gianluca testa

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