Una tragedia senza precedenti, ma quasi invisibile, ha dato origine a uno dei più straordinari gesti di solidarietà internazionale. Questa è una storia vera. Commovente, pura, drammatica. È anche una storia lontana, nella geografia e nei ricordi. Eppure il tempo pare non abbia scalfito il significato di un altruismo sincero che in più di cinquant’anni, chissà perché, non ha mai trovato la legittima riconoscenza.

Di aiuti, Firenze, ne ha ricevuti parecchi. Dopo l’alluvione del 1966 si stima che siano più di ottanta i paesi del mondo che hanno teso una mano alla città e ai suoi abitanti. Una sensibilità invidiabile e senza precedenti.

Quel che la forza dell’Arno ha distrutto, la forza dell’Arno ha ricostruito.

Prima ancora delle case, delle strade e delle opere d’arte, dopo l’onda devastante di quel fiume di fango, a essere riedificate sono state le relazioni umane.

Prima di subire la devastazione di acqua e detriti, Firenze non era mai stata considerata con così tanta convinzione “città del mondo”. Eppure in quegli anni sessanta che molti ricordano per il boom economico e per il primo uomo sulla luna, per la nascita della pop art e di Spiderman, per il primo film di James Bond e per personaggi come Mandela, Malcom X e John Fitzgerald Kennedy, Firenze divenne la città di tutti. E fu capace di accogliere quell’abbraccio universale di cui ancora oggi si tramanda la memoria.

Moonwalk, Andy Warhol

Però non tutto è stato raccontato. Purtroppo ci sono storie secondarie che rimangono ai margini, chiuse in un cassetto o sepolte negli archivi. Storie piccole e grandiosi. Il Bosco degli svizzeri cresciuto nel Mugello in questi anni è senz’altro una delle tante. Sicuramente la più felice. Altre, invece, hanno rinchiuso la felicità nel cuore. Ci hanno rinunciato, ancorandola al solo gesto spontaneo e altruistico nato nell’empatia del dolore.

Così è stato per Aberfan, piccola comunità del Galles che conta a malapena 3.500 abitanti. Un paio di settimane prima dell’alluvione, più precisamente il 21 ottobre del 1966, in questo piccolo paese di minatori si consumò una tragedia enorme. Pioveva da giorni. Intensamente e incessantemente. Poco dopo le nove del mattino una montagna di detriti di carbone franò sul paese. Purtroppo la prima struttura ad essere colpita fu la scuola. Alla fine i morti furono 144. Ciò che è peggio è che la maggior parte di loro (116) erano bambini. La campanella era suonata quel giorno come tutti i giorni. E loro si erano seduti ai propri banchi. La lezione era appena cominciata.

«Mi arrampicai sui detriti, disperato» ricorderà più tardi uno dei professori. «Non mi resi conto immediatamente della portata catastrofica della frana. Poi alzai lo sguardo e mi accorsi che da quel mare di detriti spuntavano i frammenti del tetto della scuola, completamente distrutto».

A morire, insieme ai ragazzi, furono anche molti membri del personale. Gente come l’impiegato Nansi Williams, che fece scudo col suo corpo nel tentativo di arginare la valanga di carbone. I cinque bambini che riuscì a proteggere sopravvissero al disastro, ma lui no. Fu ritrovato dai soccorritori parecchi metri più in là.

In quei momento non si può cercare la felicità. Perché è stata spazzata via insieme a quelle giovani vite. Nonostante questo l’animo umano è imprevedibile. Impossibile codificarlo o interpretarlo. Quindi non si può spiegare cos’è accaduto nelle menti e nei cuori dei genitori di quelle vittime innocenti quando, di fronte alla notizia dell’alluvione a Firenze, hanno deciso di comune accordo di sperarsi dai ricordi più cari per aiutare quei bambini toscani di cui avevano letto sui giornali.

Furono raccolti vestiti, giochi (pardon, balocchi) e altri oggetti utili appartenuti ai bimbi di quella scuola sfortunata. Furono raccolti e caricati su un pulmino che percorse quasi duemila chilometri prima di raggiungere Firenze.

Una storia triste, dicevamo. Triste ma emblematica, capace di riflettere quel sentimento diffuso di solidarietà a cui purtroppo, almeno stavolta, non ha corrisposto un’adeguata gratitudine. Tra le tante commemorazioni successive, alla comunità di Aberfan non è mai stato dedicato lo spazio necessario per ricevere quel “grazie” che sicuramente è stato pronunciato anni fa da chi ha aiutato quel signore gentile a scaricare i giochi dal pulmino che forse, nella vita precedente alla tragedia, era servito come scuolabus o come taxi.

ph. eveningtelegraph.co.uk

Ma poco importa. Ben più importante, invece, è sapere che Antonina, figlia di Piero Bargellini, sindaco dell’alluvione, intervenendo nelle scuole della toscana racconta questa storia. Ed è importante sapere che oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, ci sono ragazzi che ascoltando le sue parole sono ancora capaci di commuoversi.

gianluca testa

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