Un treno preso in tutta fretta alla stazione di Santa Maria Novella. E poi via, direzione Pisa. Sta piovendo. Alla partenza, certo. Ma anche all’arrivo. Gli ombrelli si scontrano, le gocce fredde cadono in testa e sul collo prima di precipitare giù lungo la schiena. È novembre, ma non quello del 1966. Siamo già nel secolo nuovo. Da quel giorno sono trascorsi esattamente cinquant’anni e questo gruppo di giovani comunicatori amanti dell’arte e della bellezza – molti dei quali hanno avuto la fortuna di trasformare le loro passioni in una professione – sono saliti sul quel treno per assistere alla prima nazionale di uno spettacolo teatrale.

Si sono fatti largo nella pioggia per raggiungere il Teatro Verdi di Pisa, dove di lì a breve sarebbe andato in scena “Il filo dell’acqua”. A scriverlo è stato Francesco Niccolini. È un drammaturgo toscano (pardon, aretino) e quando l’Arno devastava Firenze aveva a malapena un anno. Ma la storia, lui che che ha collaborato con attori come Marco Paolini, Alessandro Benvenuti e Arnoldo Foà, la conosce bene. Non solo l’ha studiata, ma soprattutto l’ha compresa. Ha capito quali fossero le implicazioni, ha colto le emozioni di chi ha vissuto sulla propria pelle la grande alluvione. E ha restituito tutto questo come solo un poeta può fare.

Ad assistere a quello spettacolo messo in scena dalla compagnia Arca Azzurra Teatro, distribuiti su due o tre palchetti che trasudano per l’umidità dei loro abiti, ci sono questi giovani che, un po’ scherzosamente ma forse non a caso, tra loro si chiamano amichevolmente Alluvioners. Sono lì per raccontare le celebrazioni del cinquantesimo anniversario di quel drammatico evento. Eppure fino a quel momento – pur avendo visitato mostre, partecipato a convegni e presenziato ad anteprime di film e memorie – non si erano ancora misurati con la narrazione dell’alluvione attraverso un linguaggio artistico. Le mostre avevano raccolto fotografie e materiali d’archivio, durante i convegni erano passate in rassegna testimonianze più o meno dirette, alle anteprima avevano assistito a documentari che ancora una volta assolvevano il difficile compito di rinvigorire la forza del ricordo. Ma l’arte no, ancora non si era espressa. O almeno non del tutto.

«La produzione artistica collegata alla grande alluvione è stata a mio parere modesta (in particolare in riferimento a quella teatrale, cinematografica e musicale) se rapportata alla gravità e alla visibilità dell’evento, della sua importanza per Firenze e per la comunità nazionale e internazionale» scrive Giorgio Federici, che al suo ruolo di professore al dipartimento d’ingegneria civile e ambientale dell’Università di Firenze aggiunge quello di segretario del Comitato Firenze2016.

Lo ha scritto proprio nella prefazione al libro di Niccolini, “Il filo dell’acqua”. E nel farlo ha ricordato quei pochi tributi che l’arte ha riservato all’alluvione: gli stornelli di Dino Ceccarini, le canzoni di Riccardo Marasco, il film di Giordano (“La meglio gioventù”) e, immancabile, gli “Amici miei” di Monicelli con quella battuta del Mascetti, per strada e in pigiama, già consegnata alla storia.

«Oh sor Conte, che ne dice lei?»
«Qua siamo su un dosso, l’acqua un può arrivare. Niente paura.»

Secondo Federici a Firenze «è mancato quello che De André ha regalato a Genova, alluvionata nel 1970, la magnifica Dolcenera. Ma forse dipende dal fatto che i cantautori fiorentini sono stati meno numerosi di quelli, mitici, genovesi». E parlando del testo di Francesco Niccolini, che il professore giudica «bello e corretto nella ricostruzione degli avvenimenti» e che «ricrea in forma poetica il pathos di allora», senza risparmiare paralleli e differenze col caso del Vajont (all’opera messa in scena da Paolini ha collaborato lo stesso Niccolini), Federici fa un salto in avanti e guarda al futuro. Pensando alla cultura della prevenzione – tanto necessaria quando attuale – assegna di fatto un ruolo di responsabilità all’arte.

«Francesco Niccolini mi auguro voglia comunque fare nel 2026 una revisione del suo testo per aggiornarlo, verificando come sia avvenuta questa svolta necessaria e indicando una speranza positiva basata sui fatti concreti. Il futuro movimento “Sessant’anni dopo”, che chiuderà la nuova edizione dello spettacolo, ci saprà dire con il linguaggio della poesia cosa sarà successo in termini di riduzione del rischio».

gianluca testa

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