Il volume “Storie dalla strada – racconti di avventure e disavventure sulle strade di mezza Europa in una vita di viaggi di un driver” pubblicato nel 2016, si apre proprio con il racconto dell’autore Paolo Fioretta che ci riporta indietro nel tempo, ai giorni dell’alluvione del 1966 che ha colpito Firenze e altre zone della Toscana. L’autore di Avola aveva vent’anni e con il camion del padre, portò molte persone in salvo a Pontassieve. Di seguito riportiamo la sua testimonianza, raccontata nel primo capitolo del libro.

L’ALLUVIONE DI FIRENZE DEL 1966

Alle ore 19.30 circa ci immettemmo sull’autostrada Roma – Milano.  Al casello di Roma nord, nel prendere il biglietto, avevo notato la scritta: “Direzione Milano, uscita obbligatoria ad Incisa val D’Arno”, senza altre spiegazioni.  Appena partiti da Alatri, non ancora a Frosinone, si era guastata la radio del nostro camion ed io a quell’ora ero solito ascoltare “Radio sera”, il notiziario trasmesso da Radio Due. In quel periodo non c’era “Onda Verde”, e le notizie del traffico e sul tempo erano trasmesse dal giornale radio. Era un giovedì sera e ormai in Ciociaria pioveva dal giorno precedente. La mamma, preoccupata per il cattivo tempo, ci aveva suggerito di non partire, di rimandare il viaggio di una settimana, tanto non c’era molta premura per avere a disposizione quello che avremmo dovuto prelevare a Bologna il venerdì mattina.  Il mio papà, al contrario, asseriva che era meglio approfittare delle giornate di pioggia per andare a Bologna, considerato che al mercato non saremmo potuti andare a causa del maltempo. Una due volte al mese, andavamo sempre a Bologna per rifornirci di merce per la nostra attività di venditori ambulanti, soprattutto maglieria e confezioni. Infatti in quella città, il venerdì mattina, molto presto, già alle ore 4, si teneva un mercato all’ingrosso di maglieria e calzature. Una vecchia tradizione, dove i piccoli produttori artigiani vendevano i loro manufatti. Per la maglieria venivano per lo più dalla zona di Carpi – Modena, invece per le calzature venivano principalmente dalle Marche. Ovviamente noi eravamo interessati solo alla maglieria, e quando alle ore 8 circa il mercato già finiva, noi ci spostavamo presso i magazzini dei grossisti per completare gli acquisti. Il mercato all’ingrosso, sia delle calzature e sia della maglieria si teneva nella zona dove ora sorge l’autostazione, e la zona dei grossisti era nelle adiacenze di Piazza VIII Agosto, dove il venerdì mattina si svolgeva anche il tradizionale mercato settimanale. Le due zone era separate dal Parco della Montagnola, dove, per un periodo di tempo fu spostato il mercato dei produttori-grossisti.

 Ormai erano diversi anni che abitualmente facevamo questi viaggi.  Ricordo che inizialmente mio padre andava con il treno ed in uno di questi viaggi, in estate, mi portò con lui, quando ero ancora molto piccolo. Successivamente i viaggi si facevano con l’automobile. Poi a partire dall’anno 1954 con un furgone ed ora con il camion. Il camion era nuovo, l’avevamo comperato nell’estate del 1965 ed io già lo guidavo tranquillamente con molta padronanza. Nella famiglia di mio padre c’era anche un’attività di trasporto merci gestita dai suoi fratelli, ed io avevo cominciato a guidare camion anche più grandi e con rimorchio già da qualche anno, prima ancora dei 18 anni.

Pioveva sempre incessantemente, e quando arrivammo allo svincolo di Chiusi – Chianciano Terme, trovammo l’uscita obbligatoria appena istituita dalla Polizia Stradale. Ignari di quanto stava accadendo, perché nessuno ci metteva al corrente, noi proseguimmo in direzione di Arezzo, strada che conoscevamo bene, perché la percorrevamo abitualmente prima dell’apertura dell’autostrada del Sole, avvenuta circa due anni prima. Trovammo degli allagamenti, e cominciammo a dare soccorso agli automobilisti tirandoli fuori dall’acqua. Arrivammo ad Arezzo e ci dirigemmo verso la stazione ferroviaria. Qui c’era un bar aperto anche la notte dove poter prendere un caffè. Il bar era chiuso e nell’atrio della stazione c’erano diverse persone in attesa, perché erano in difficoltà anche i trasporti ferroviari. Tra le altre persone c’era anche il cantante Michele, che era rimasto in panne con la sua Fiat 1500 blu. Noi ci spostammo più avanti presso una distributore dell’Agip sulla strada per Montevarchi. Dopo dieci minuti da che eravamo arrivati, il bar non aveva più niente da mangiare e dopo un po’ non poté più fare neanche i caffè. Mentre si discuteva sul da farsi, in base alle informazioni che avevamo in quel momento, arrivò un’automobile verde. Era una gazzella dei Carabinieri. Ci avvicinammo alla vettura per avere notizie, e i militari dall’interno cercavano di darci informazioni, però con il finestrini chiusi non si capiva niente. Qualcuno chiese loro di abbassare i finestrini, ma risposero che pioveva. Anche per noi pioveva e faceva freddo e quella risposta non ci piacque proprio. All’improvviso qualcuno sferrò un pugno al finestrino lato guida e questo andò in frantumi. Riuscimmo a sentire la voce del militare alla guida che ci diceva che l’Arno e suoi affluenti erano straripati in diversi punti, e proseguire da Arezzo era difficoltoso per qualsiasi destinazione. I militari andarono subito via, perché indirizzati via radio in altro luogo. Dopo un breve conciliabolo, noi che avevamo solo motrici leggere decidemmo di dirigerci in direzione di Sansepolcro, da dove sarebbe stato possibile proseguire verso nord sulla SS 3 bis, Umbro-Casentinese.

Davanti a noi viaggiava un camion con un carico di maialini, sistemati in apposite gabbie da viaggio. Era diretto a Bologna anche lui per il mercato generale degli animali da macello che si teneva in quella città tutti i venerdì mattina. Fatti una decina di chilometri in direzione di Sansepolcro trovammo la strada allagata, e ci dovemmo fermare. Eravamo ai confini del comprensorio del bacino del fiume Tevere ed anch’esso era straripato. Interpellati altri autisti che si trovavano già lì prima del nostro arrivo, ci fu suggerito di tornare ad Arezzo, perché da lì non si passava. Così facemmo, e dopo aver faticosamente fatto manovra tornammo indietro. Il collega che trasportava maialini constatò che quelli della prima fila erano già tutti morti affogati, ma decise di continuare comunque. Tornammo ad Arezzo e ci dirigemmo sulla nazionale in direzione di Montevarchi. Eravamo consapevoli che avremmo dovuto costeggiare il fiume Arno, però confidavamo nelle migliori condizioni della strada e del territorio. Arrivati a Montevarchi dopo diversi attraversamenti di zone alluvionate, proseguimmo per San Giovanni Valdarno, e mentre si erano fatte le ore 03.00, ci dovemmo fermare perché l’acqua era troppo alta e la corrente più impetuosa. Fortunatamente, per nostra abitudine, sul camion portavamo sempre rifornimenti alimentari. Sana abitudine, che già una volta ci aveva salvato dai disagi della fame e della sete sugli Appennini, bloccati per diverse ore da una tormenta di neve. Avevamo sempre anche qualche cambio di vestiario, cosa che a me tornò utile, già subito dopo la prima discesa dal camion. Infatti prima di scendere per dare soccorso agli occupanti di una vettura ferma in mezzo all’alluvione, calzai gli stivali, ma quando misi i piedi a terra l’acqua mi arrivava alla cintola. Indossai indumenti asciutti e ci fermammo dietro agli altri camion in attesa che si facesse giorno. Eravamo già alla mattina del 5 novembre, e aveva cessato momentaneamente di piovere. Appena cominciò a fare giorno qualcuno iniziò a spostare il camion con l’intenzione di proseguire. Eravamo sulla strada che costeggia l’Arno, e l’acqua che un poco si era ritirata scoprì la ringhiera di ferro che fungeva da parapetto al fiume. Anch’ io, che nel frattempo mi ero posto alla guida, cercai di muovermi, ma mi era praticamente impossibile. Fu allora che, sceso dal camion per constatare il perché del blocco, mi resi conto che sotto l’avantreno si era incastrata una vacca morta. Con l’aiuto dei colleghi che erano dietro di noi riuscimmo a spostare l’animale morto, e proseguimmo. Dopo qualche chilometro la strada saliva un po’, e lì ci fermammo. Vedevamo autovetture venire in senso contrario, ed io scesi per prendere informazioni sulle condizioni della strada. Il conducente di una Fiat 500 molto gentilmente si fermò e mi disse che tutti coloro che venivano dalla sua direzione non erano altro che gli automobilisti che avevano fatto inversione di marcia, perché più avanti il fiume era esondato e aveva praticamente allagato tutto. Mentre io parlavo con il conducente della vettura, praticamente in mezzo alla strada, arrivò dietro di lui una vettura più grande, una Lancia verde, ed il conducente cominciò a suonare il clacson con insistenza. Alla mia esortazione di avere un po’ di pazienza, cominciò a lanciare improperi e minacce, scendendo nel frattempo dalla vettura. Immediatamente, come la scena di un film, si aprirono tutti gli sportelli dei camion, e cominciarono a scendere gli autisti infreddoliti. Il conducente della Lancia capì che le cose per lui si mettevano male, risalì sulla vettura e partì velocemente, passando tra la Fiat 500 e un albero, lasciando sullo stesso la vernice del lato destra della vettura. A quel punto chi riuscì a fare manovra invertì la direzione di marcia, tornando verso Arezzo, e così facemmo anche noi. Qui giunti, ancora non consapevoli della gravità della situazione, cominciammo a studiare percorsi alternativi, sempre per proseguire, poiché nessuno decideva di tornare indietro. Allora, sempre tutti in colonna, prendemmo la direzione di Quarrata – Castiglion Fibocchi, percorrendo una strada chiamate dei sette ponti. Grazie ad uno di questi, riuscimmo ad attraversare l’Arno, grazie anche agli argini molto alti. Continuammo sempre in direzione di Firenze, percorrendo la strada che correva a monte del fiume. Attraversammo Loro Ciufenna e Pian di Scò, ed arrivammo ad un grande paese chiamato Reggello. Qui avevamo pensato di fare una sosta per rifocillarci, ma arrivati in paese trovammo una grossa emergenza che ci tenne bloccati per un po’, infatti era crollata un’ala dell’ospedale, provocando sette morti. Ripartimmo finalmente da Reggello, dove, a causa della sosta forzata, avevamo mangiato qualche cosa, e ci dirigemmo verso Pontassieve. Sempre ignari della tragedia che ormai si era abbattuta sulla regione, arrivammo alle porte della città. Superato il bivio che portava al passo della Consuma, proseguimmo con l’intento di immetterci sulla via Forlivese e procedere verso il passo del Muraglione e arrivare così a Forlì.

 Tutto si arrestò al sottopasso della ferrovia; era allagato, al punto che l’acqua arrivava a lambire i binari, essendo stato realizzato scavando sotto la strada ferrata Roma – Firenze. Riuscimmo a proseguire percorrendo una strada più a monte, ma non riuscimmo ad arrivare alla strada Forlivese: era tutto allagato. Eravamo fermi accanto al margine dell’Arno subito prima della confluenza con il fiume Sieve, e vedevamo passare di tutto, carcasse di animali, tronchi d’albero, divani, materassi, automobili e quant’ altro, tutto trascinato dalla corrente del fiume Arno, che poco più avanti si scontrava con quella del fiume Sieve e con quanto anche questa trascinava a valle. Arrivati sul luogo da dove potevamo osservare l’Arno, trovammo un gruppo di colleghi che erano intenti a gonfiare grandi camere d’aria di camion, e qualcuno di loro cominciava a legarle con delle funi di acciaio prelevate dagli stessi camion. Il loro intento era lodevole, infatti pensavano di riuscire a portare la cima dall’altra parte del fiume, e riuscire così a porre in salvo dei bambini che erano sul tetto di un cascinale, e che, dalla sera prima piangevano senza sosta. Domandai loro chi avrebbe portato la corda dall’altro lato, e, ammesso che sarebbe stato possibile, come avrebbero fatto ad attraversare la corrente del fiume così impetuosa, con tutto quello che trascinava. Il progetto fu abbandonato, ma non restammo inoperosi. Infatti un gruppo di abitanti chiesero a tutti noi se ci potevamo adoperare per portare in salvo le persone che erano da questa parte dell’Arno e del Sieve, bloccate in casa dall’acqua alta. Così cominciammo a dare soccorso alla popolazione, togliendo dalla strada le automobili rimaste alluvionate, e a portare all’asciutto le persone prelevate dalle finestre del primo piano delle loro abitazioni. Così facendo, senza rendercene conto, procedevamo verso la collina, in direzione del passo della Consuma. Arrivati alla prima frazione, l’emergenza acqua alta era finita, rimaneva solo l’emergenza frane. Fu allora che decidemmo di continuare verso il passo. Fortunatamente trovammo una frana che aveva interrotto la strada, creando uno scalino di circa un metro di dislivello, e così tornammo indietro. Dico fortunatamente perché se avessimo trovato la strada libera saremmo andati in direzione di Bibbiena, riprendendo a costeggiare l’Arno che scendeva dal monte Falterona e ci saremmo trovati invischiati nella zona alluvionata nei pressi dei luoghi della battaglia di Campaldino, ai piedi del castello di Poppi. In quel punto l’Arno forma una grossa forbice con un suo affluente. Tornammo indietro, e le persone del luogo, per riconoscenza, ci offrirono ospitalità per quella notte e la notte seguente, compreso il vitto. Noi il giorno dopo riprendemmo la nostra opera di “protezione civile”, continuando a dare soccorso alla popolazione.

 Di quei due giorni trascorsi presso quella comunità ricordo le mangiate di tortellini e di gallina faraona al lume di candela, bene innaffiate da un buon vino Chianti. La domenica mattina decidemmo di tornare indietro e per non passare da Pontassieve, ancora tutta allagata, ci suggerirono di prendere per Vallombrosa. Salimmo fino a 1000 metri di altitudine, e arrivati nei pressi della famosa Abbazia, dove i monaci realizzarono la prima stazione meteorologica d’Europa nel 1600 circa, qui gli abitanti del luogo ci fermarono. Squadrarono il camion nella sua lunghezza ed altezza e si dimostrarono molto scettici sul fatto che saremmo potuti passare sotto un antico arco che anticamente doveva essere una porta di accesso a qualche proprietà. Ci fecero passare, ma sotto l’arco non potevamo transitare a causa della larghezza del camion. Con l’aiuto delle persone del luogo togliemmo la centina e le sponde del camion, passammo a stento sotto l’arco, e, una volta passati, le rimontammo di nuovo. Transitammo di nuovo da Reggello, percorrendo a ritroso la strada fatta all’andata. In prossimità di Arezzo prendemmo la direzione di Monte San Savino. L’ acqua si era ritirata un po’ e finalmente riuscimmo a passare dirigendoci verso il casello autostradale di quella località, unico disponibile, poiché l’autostrada fino ad Arezzo era ancora chiusa. Fuori dal raggio di azione dell’Arno trovammo anche come telefonare a casa, rassicurando tutti sul nostro stato di salute. Durante il viaggio di ritorno trovammo allagata anche l’autostrada in molti tratti, e constatammo che anche il fiume Tevere era straripato in diversi punti. La settimana successiva ripartimmo per Bologna. Transitammo nella zona di Firenze e dell’Arno di notte, e non potemmo vedere niente, ma ritornando il venerdì pomeriggio, di giorno, ci apparve chiaro il disastro ambientale ed ecologico che aveva colpito tutta la zona. Furono necessarie diverse settimane di lavoro per ripulire le campagne e non solo, dalle carcasse degli animali morti che erano ben visibili percorrendo l’autostrada, operazione che aveva la priorità, perché quelle presenze oltre che con gli occhi si avvertivano anche con l’olfatto. Quello che era accaduto nella città di Firenze lo abbiamo vissuto grazie ai collegamenti e ai servizi della nostra televisione.

Dopo pochi mesi fui chiamato al servizio di leva, e in occasione di una missione a Rovezzano, potei constatare dove era arrivata l’acqua in quella caserma che è a pochi passi dal fiume Arno, sulla via Aretina, nella immediata periferia della città. Il contingente militare di quel reparto fu insignito di onorificenza per gli atti di eroismo compiuti nel porre in salvo le persone in difficoltà.

E’ stata sempre una mia abitudine, fin da ragazzo, portare con me la macchina fotografica. Anche in quella occasione l’avevo portata ma già la mattina successiva a Montevarchi non la trovai più e fu un peccato: forse avrei potuto ricavare qualche lira vendendo le foto dell’alluvione. Sono ormai passati tanti anni, ma mi capita spesso di chiudere gli occhi e rivedere il film di quanto vissuto dal vero. Ovviamente questa è una sintesi, ma spero renda bene l’idea di quanto accaduto.