È sufficiente un battito di ciglia e c’è chi è pronto a giurare che ancora oggi gli appare di fronte agli occhi una giardinetta verde della Fiat carica di pane. Qualcuno la chiamava giardiniera, ma poco importa. Aveva una carrozzeria di metallo e legno. Un’auto così particolare non si può dimenticare. Ma quel che c’interessa sapere è che quella giardinetta (o giardiniera) partiva ogni mattina da Grezzano per andare a portare pagnotte e sfilatini a Firenze e in altre zone alluvionate della periferia.

Già, l’alluvione aveva colpito non solo il capoluogo ma tutta la regione. E tutta la regione si era mobilitata. “Ci si aiutava a vicenda”, continuano a ripetere i testimoni. Addirittura c’è chi è partito da Viareggio col patino al seguito, pronto a remare nel centro di Firenze trasportando persone e generi alimentari. Una solidarietà sincera e diffusa, certo. Ma quando si ricorda quel che è stato, al centro c’è quasi sempre la città di Firenze. Eppure mezza Toscana, in quel lontano (ma non troppo) 1966, finì sott’acqua. Da Montevarchi a Scandicci, da Prato a Grosseto, da Pisa a Empoli, Pontedera e Santa Croce. Una rivendicazione legittima che alcuni utenti della pagina Facebook di “Toscana Firenze 2016” hanno manifestato così, facendo leva sui loro indelebili ricordi.

  • «Io l’ho vissuta a Grosseto, avevo quindici anni».
    (Massimiliano Borgoni)

 

  • «Mi piace ricordare che il quattro novembre del 1966 ci fu un’alluvione anche a Grosseto. Per dovere di cronaca».
    (Mario Leonelli)

 

  • «Avevo sei anni, vivevo a Viareggio. I cugini di mia madre legarono i patini di salvataggio sul tetto di due auto e andarono a Firenze».
    (Silvia Torri)

 

  • «Avevo 16 anni, abitavo a Prato. Ma ero ricoverato al San Giovanni di Dio in Borgo Ognissanti per un incidente d’auto. Sei metri d’acqua. Che sfiga».
    (Fulvio Santini)

 

  • «Io l’alluvione la vidi da un terrazzamento del mio paese, in collina. Dalla Valle d’Elsa sembrava davvero di vedere il mare. Animali che cercavano la salvezza, persone sul tetto delle case…».
    (Marco Secchioni)

 

  • «Mia zia, che abitava in Viale Belfiore, alle cinque del mattino disse a mio padre che l’Arno era molto gonfio ma che potevamo partire da Roma e che aveva comprato le bistecche. Così partimmo: io, mio padre, mia madre. Pioveva da morire. A Orvieto, verso le nove, ci fecero uscire dalla A1. “Cavolo, quanto piove, l’autostrada è bloccata!”, ci dicemmo. Ma volevamo ugualmente continuare con la nostra Giulia. Ad Arezzo ci fecero tornare indietro. Non si passava. Pensavamo che fosse successo qualcosa di grave. Ma cosa? Dove? Tornammo indietro, su strade statali. A Camucia pranzammo e il ristoratore ci disse che a Firenze la situazione era critica. Tentammo di telefonare a mia zia, ma invano. Ripartimmo. Dopo sei ore, sotto una pioggia mostruosa, riuscimmo a tornare a casa, a Roma. Alle venti accendemmo la tv e… che tragedia, la mia Firenze! Piansi a dirotto, mentre i miei erano attoniti e ammutoliti».
    (Carlo Falsini)

 

  • «Ero in collegio, a Fiesole. Mi ricordo le mamma con i bambini che li portarono da noi, e noi bambine si cercava di aiutarli con i giochi. Dall’ala della terrazza chiusa a vetri Firenze sembrava un mare».
    (Eliana Fioravanti)

 

a cura di gianluca testa

Post correlati