Poche ore dopo il suo arrivo si accorse quasi per caso che i vestiti si erano fatti più pesanti. Non se ne rese conto subito, ma dopo un po’. All’improvviso si accorse che ogni indumento che aveva indosso era impregnato d’acqua e melma. I piedi erano freddi e bagnati, i muscoli indolenziti, le mani sembravano aver perso sensibilità.

E pensare che solo fino a poche ore prima si trovava all’ombra della Madunina e ciondolava come ciondolano gli adolescenti, tra il banco e il cortile di uno degli istituti tecnici della città. Sarà stata l’attrazione per l’ignoto o il desiderio di vivere la storia o più semplicemente il bisogno di rendersi utile facendo qualcosa in più di quello che stava facendo in quel momento. Qualunque sia il motivo che l’ha spinto, dopo aver appreso la notizia di ciò che stava accadendo a Firenze ha deciso in un attimo di partire.

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L’ha fatto insieme a un amico e compagno di classe. Lo hanno fatto senza dire niente. Nessuno era stato informato, né a scuola né a casa. “Temevamo che ci avrebbero impedito di partire” racconta Mimmo. E così i due amici – lo erano nel 1966 e lo sono ancora oggi – si sono dati appuntamento di fronte alle Feltrinelli di Milano e in autostop (be’, cinquant’anni fa, molto prima del car sharing, questa era ancora un’opzione praticabile) sono arrivati a Firenze.

Immediatamente si sono sentiti parte di qualcosa di grande. E per loro che grandi non erano si è trattato di un passo verso la maturità. Ma c’era da darsi da fare. E senza che se ne rendessero conto si sono trovati a spalare fango alla Biblioteca nazionale e a passare antichi volumi di mano in mano.

Per quanto fossero poche le ore di sonno, quelle notti le abbiamo trascorse a casa di un ragazzo fiorentino. Ci ospitò senza fare troppe domande. Sapeva che eravamo arrivati fin lì per aiutare la sua città” ricorda Mimmo con un filo di commozione. “Prima di quel momento non ero mai stato a Firenze. Ho anche le foto di quei giorni. Le vuole vedere?”.

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Certo che sì. Le vogliamo vedere eccome, quelle foto. E così Mimmo tira fuori dalla tasca un pacchetto di piccole immagini in bianco e nero, più grandi di un provino e più piccole di una foto tradizionale. Le conserva da cinquant’anni, ma non le ha dimenticate in un cassetto. In tutto questo tempo ha sempre saputo dove fossero, le ha riprese in mano più volte, le ha mostrate a gente che gli chiedeva cosa aveva significato essere un angelo del fango.

Già, gli angeli. Per il cinquantesimo anniversario dell’alluvione sono arrivati in tanti. Anzi, tantissimi. Centinaia e centinaia di persone. Oggi hanno quasi tutti tra i settanta e gli ottant’anni. E’ possibile riconoscerli dagli occhi, per quell’emozione indelebile di un ricordo che si è ben presto trasformato in memoria collettiva. Avevano voglia di raccontarsi, gli angeli. Alcuni non hanno mai lasciato Firenze, altri ci sono tornati ora per la seconda volta, altri ancora sono diventati volontari. Mimmo no, il volontario non l’ha mai fatto. Ma quelle fotografie ha sempre saputo dove fossero. In quel cassetto lì, tenute insieme da un doppio giro di elastico che ora utilizzerà anche per tenersi stretto quel badge con su scritto “angelo del fango” e “valido dal 2 al 6 novembre 2016”.

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Un arco di tempo nel quale anche noi, giornalisti e comunicatori, abbiamo potuto compiere un salto nel passato. Noi che quel 1966 non l’abbiamo vissuto davvero siamo stati proiettati a diretto contatto con testimoni e testimonianze. L’abbiamo chiamata “blog experience”. Un’espressione che se pronunciata cinquant’anni fa avrebbe avuto lo stesso suono di parole marziane. Ma il tempo, si sa, cambia le cose. Narrazione, linguaggio, tecnologia. Niente è più lo stesso. Non ci sono i telefoni a rotella né quei collegamenti radio che il giornalista Rai Marcello Giannini utilizzò con disperazione per far sapere alla sua redazione e al resto del mondo la portata devastante dell’alluvione che stava distruggendo la sua città.

Rivivere la storia cinquant’anni dopo si può. Anche con ironia. Così accadde nel 1966, così è accaduto in questo 2016. E non serve scomodare gli “Amici miei” di Monicelli per capire che i toscanacci, anche nelle disgrazie, spesso non rinunciano alle “bischerate”. Un’ironia che è passata dai cartelli appesi fuori dai ristoranti che riaprirono dopo l’alluvione (“Oggi fanghi freschi”) e dalle cronache di Montanelli (“… Per sei volte nonnino uscì e per sei volte tornò ballonzolando in mezzo gli altri detriti, dentro e fuori, fuori e dentro, pareva proprio che ce lo facesse apposta…”) fino a oggi. Abbiamo rivisto quel po’ di sagace (e saggia) ironia negli sguardi e nelle parole (postume) di Carlo Monni. E in quelle di Sergio Staino e di don Giampietro Gamucci, parroco 92enne di San Niccolò. Abbiamo visto l’ironia dell’Arno, che esattamente cinquant’anni dopo – non un giorno in più, non uno di meno – si è fatto più grande e forte per ricordarci che non dobbiamo dimenticare.

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“Il 4 novembre 1966 l’acqua d’Arno arrivo a questa altezza”.

La frase termina con una linea. Ecco, quella è l’altezza che raggiunse l’acqua. Arrivò fino a sei metri. E queste sono le targhe di fronte alle quali, di quando in quando, ci s’imbatte nel centro di Firenze. Sono un po’ annerite dal tempo e dallo smog. Ma sono sempre lì, immobili. L’obiettivo eterno è quello di ricordare. Ricordare, ricordare, ricordare.

Non solo l’alluvione, ma anche lo “slancio comunitario” nato con l’alluvione. Lo ricorda lo stesso Montanelli a conclusione del documentario “Firenze ’66” di Sky Arte, presentato in anteprima proprio in quei giorni.

Arrivato in città trovai un funzionario che si aggirava in mezzo a ‘sta povera gente. Era a cercare beni di soccorso, aveva una gavetta in mano e un cucchiaio. Gridava: ‘Durasse! Durasse!’. Gli chiesi: durasse cosa? ‘Durasse l’Arno a farci questi dispetti, perché è in questi momenti che i fiorentini si vogliono bene tra loro’”.


Articolo di Gianluca Testa