Dopo quella notte nessuno è rimasto solo. Nessuno. E nessuno ha mai quantificato la fatica, l’impegno, le ore spese in mezzo al fango o nel va e vieni da chissà dove solo per portare qualche indispensabile genere di conforto. Un po’ di pane, una coperta, acqua buona da bere.

Già, l’acqua. È stata quell’acqua livida e maleodorante a creare tutto questo. L’acqua ha distrutto, l’acqua ha unito. Famiglie, vicini di casa, commercianti e bottegai, gente sconosciuta che mai prima di quel momento si era scambiata anche solo un cenno di saluto. È quello che accade durante (e dopo) i grandi disastri. La gente s’avvicina, si vuole più bene.

Nessuno di quelli che oggi chiamiamo “angeli” (non senza un pizzico di sincera e mai tardiva riconoscenza) ha misurato il peso della propria solidarietà. Nessuno ha attribuito a quei gesti un valore economico. Del resto, anche volendo, non ci sarebbe corrispettivo adeguato. Un senso di gratitudine e di appartenenza che ancora oggi riaffiora nei ricordi condivisi dai testimoni sulla pagina Facebook di “Toscana Firenze 2016”. Un diffuso spirito di fratellanza che nessuno pare aver dimenticato.

 

  • «Avevo quindici anni, abitavo al quinto piano in zona piazza Beccaria. Avevo sei metri di acqua sotto. Che paura. Erano saliti da noi le persone del piano terra e primo piano. Quanta solidarietà c’è stata…».
    (Gigliola Tomei)

 

  • «Vissuta dal primo all’ultimo momento. Abbiamo spalato fango per giorni. Un’esperienza che ti rimane addosso per la vita».
    (Aldo Tempesti)

 

  • «Io in turno di notte all’ospedale di Careggi. Allora abitavo a San Donnino, piano terreno in zona stazione con sei metri d’acqua. Non tornai mai a casa. Per più di quaranta giorni mi adoperai a recuperare persone e cose in diverse zone della città. Eravamo tantissimi giovani con tanta voglia di fare, noi “angeli del fango”».
    (Marialuisa Baracani)

 

  • «Insieme ad altri studenti andai a salvare i libri alla Biblioteca Nazionale».
    (Luciano Caroti)

 

  • «Anch’io ero là, a quel tempo. Giovanissima, abitavo a Lastra a Signa. Alluvione anche lì. Passammo due giorni sul tetto con la mia famiglia e mangiavamo miele e grissini che ci portavano con le barche. Poi ho fatto parte degli angeli del fango, ho pulito libri a Firenze tutti i giorni, nella melma e nella disperazione. Sono esperienze che non si dimenticano».
    (Paola Pierini)

 

  • «Avevamo un albergo in piazza Indipendenza, tanti sfollati erano tutti da noi. Un macello».
    (Giuliana Meini)

 

  • «Noi, un gruppetto di ragazzi di Montecatini, il giorno dopo l’alluvione eravamo a Firenze a spalare la mota. E così fu per tanti altri giorni. Partivamo la mattina presto,con il nostro pulmino e con qualcosa da mangiare che ci preparavano le nostre mamme, e tutto il giorno a dare una mano a Firenze, come moltissimi ragazzi che venivano da tutto il mondo. Alle cinque del pomeriggio c’era il coprifuoco per via dei soliti sciacalli che cercavano di rubare tutto ciò che potevano, e allora ci portavano nelle caserme a caricare sui camion le moto militari alluvionate. Poi, verso le otto, ci riportavano al nostro pulmino. Firenze, non ti si può dimenticare».
    (Alighieri Giuseppe)

 

a cura di gianluca testa

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