Dalla posta pneumatica ai Google Glasses. Una macchina del tempo alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. È un tuffo nel passato quello che ti fa fare la Biblioteca Centrale di Firenze con Arno66. È una mostra che racconta il dietro le quinte di quei giorni in cui l’Arno sorprese tutti, invadendo le sale di Piazza dei Cavalleggeri.

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Si viaggia tra scalinate e sotterranei come in un labirinto. Un attimo sei tra i manoscritti del Cinquecento e l’attimo dopo ti ritrovi ad ammirare la vecchia posta pneumatica, armato di un tablet alla ricerca delle decine di qrcode sparsi per il palazzo. Sono più di 3500 le foto, i video e le testimonianze inedite da scoprire. Tra le fila ordinate di libri catalogati è facile distrarsi per una lettrice seriale come me. L’istinto di sfogliarli, prenderli e portarseli a casa è forte. Ma non ti concede distrazioni Arno66. È la Biblioteca che ti prende per mano e ti porta indietro nel tempo, con la testa sott’acqua. E ti ritrovi immerso in quel milione e duecentomila documenti alluvionati cinquant’anni fa. Quando centinaia di migliaia di volumi andarono distrutti. Libri, giornali e opuscoli.

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Dopo 50 anni, diciottomila testi sono ancora da restaurare. Su trentasettemila testate di giornale che c’erano nel ’66, ventisettemila furono alluvionate. Tutto impastato nel fango. Una gigantesca torta da buttare. Piange il cuore vedere quanto abbiamo perduto. Ma la storia insegna. Dopo mezzo secolo di studi ed esperienza oggi abbiamo nuovi metodi per restaurare, conservare e proteggere. Nuovi protocolli da attuare in caso di emergenza. Perché l’Arno fa di testa sua, l’Arno non si doma. E noi dobbiamo essere pronti.

Cancellare per ricordare: Il Crocifisso del Cimabue tra gli Alfabeti Sommersi.  Si entra da due quinte, come in un teatro e lo spettacolo che ci trova danti agli occhi è sorprendente. Nella stessa penombra di una cattedrale gotica, ci si aggira in una scatola sonora ricca di suggestioni antiche. Sono le immagini girate da Beppe Fantacci nei giorni dell’alluvione. È la Firenze sommersa, le botteghe distrutte, i libri emersi dal fango. È la magia di “Alfabeti Sommersi”, la mostra organizzata da MUS.E nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio.

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L’arte contemporanea che dialoga con le testimonianze del passato. Protagonisti indiscussi, qui più che in ogni altro evento delle celebrazioni, sono i libri: oggetto-simbolo dell’alluvione fiorentina e centro dell’esperienza artistica di Emilio Isgrò e Anselm Kiefer. Nell’intimità creata appositamente per noi dai curatori Marco Bazzini e Sergio Risaliti, gli imponenti libri dei due artisti ci chiamano per essere osservati. Emergono dal buio con una forza magnetica, incorniciati da un occhio di bue. Come sirene attirano i nostri sguardi che faticano a passare oltre, tanto sono forti.

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Le pagine dipinte come mappe, paesaggi destrutturati dalla mente di Kiefer conversano con le pagine cancellate, con le parole negate di Isgrò, giovanissimo giornalista e testimone di quei giorni fiorentini. Sono tutti aperti questi libri, vogliono essere letti. Tra tutte le opere ce n’è una capace di unire tutte quelle in esposizione, ma soprattutto capace di legare il simbolo del libro con l’altro emblema dell’alluvione: il “Crocifisso” di Cimabue. È nel “Prologo del Vasari” di Emilio Isgrò – nuovo ciclo monumentale di “cancellature” operate sulle biografie degli artisti scritte da Giorgio Vasari nel Cinquecento – che la nostra memoria fa un passo avanti. Così il “libro”, in quanto tale, e il Crocifisso del Cimabue sono definitivamente legati tra loro e insieme uniti ai temi del dolore, della fragilità della bellezza, della distruzione del patrimonio artistico, insieme alla rinascita e alla cura, al restauro e alla resilienza.

Questa è l’immagine della Blog Experience #Alluvione50 che preferisco. L’icona di una memoria allo stesso tempo ricca, selettiva e viva. Perché, come ci insegna Isgrò, cancellare non sempre è dimenticare, ma eliminare il superfluo per riscoprire l’essenza, il significato più profondo.

 

 

Articolo di Anna Martini
Puoi leggere l’esperienza completa dell’autrice qui.