Arnaldo Lumachini

L’incredibile racconto dell’uomo che durante l’alluvione fu costretto a ospitare in casa trenta persone fuggite dal carcere di Firenze.

Questa storia ci è stata dettata personalmente da Arnaldo Lumachini, che visse con la sua famiglia un’avventura che ricorda il film « Ore disperate ». La diamo ai lettori con le sue stesse parole. Poiché, logicamente, non esiste una documentazione fotografica dei fatti, abbiamo chiesto a Luciano Francesconi di illustrare l’avventurosa notte della farmiqlia Lumachini.

Mi chiamo Arnaldo Lumachini e sono l’uomo che durante l’alluvione di Firenze ha ospitato in casa sua più di trenta evasi dal carcere delle Murate. Una storia corne la mia, a più di quindici giorni dalla sciagura e in un momento in cui non si è ancora spenta l’eco di altre storie ben più tragiche, potrà forse sembrare una curiosità autobiografica, ma credo val· ga comunque la pena di essere raccontata. Il giorno 4, il giorno dell’alluvione, mi sono alzato corne sempre alle otto meno un quarto. Non sapevo ancora che cosa stava per succedere perché le finestre erano chiuse e la casa ancora mezzo addormentata, ma avvertivo nell’aria qualcosa di strano, una certa inquietudine. Stavo facendomi la barba nel bagno quando all’improvviso ho sentito gridare. Prima una voce dall’appartamento vicino, poi altre voci da altri punti della casa e un rumore di passi agitati sulle scale.

Ancora con l’asciugamano attorno al collo esco dal bagno. « Che succede », chiedo a mia moglie.

« L’acqua! La strada è tutta allagata ». In un primo momento penso che sia l’acqua delle fogne, ma poi, aperta la finestra, mi rendo conto che quell’acqua gialla proveniente da sud, cioè dal centro della città, non può essere che l’acqua dell’Arno.

Mia moglie corre fuori decisa a mettere assieme quante più provviste possibile e io la seguo per salvare la macchina. L’ho lasciata in via Manzoni, che è già allagata e vorrei portarla in un posto sicuro. Viale Mazzini? E’ un po’ più alta, ma non si sa mai, l’acqua cresce rapidamente, meglio portare la macchina al ponte del Pino, cinquecento metri più in su. C’è animazione nella strada, ma non ancora spavento, anche se ci si rende conto che si tratta di una vera e propria alluvione le cui proporzioni aumentano di minuto in minuto: quando sono uscito da casa I’acqua era alta cinque centimetri, quando rientro mi arriva alla cintola.

Anche mia moglie è rientrata con i pacchi delle provviste. Ci consola il fatto di essere tutti assieme, ma il senso di isolamento è angoscioso; non abbiamo gas né luce né acqua. Il telefono non funziona. Siamo in otto in casa, mio padre, mia madre, mia sorella vedova con due bambini, mia moglie e mia figlia, ma alle quattro del pomeriggio dobbiamo aprire la porta alla famiglia che abita sotto di noi: l’acqua ha già superato la prima rampa delle scale e ha tutta l’aria di voler continuare a lungo la sua arrampicata. lntanto si fa buio, sempre più buio e noi non sappiamo che fare. Passiamo inquieti da una stanza all’altra, ci affacciamo ai balconi dell’appartamento e alle finestre del mio laboratorio di sartoria che guardano in Borgo la Croce e l’angolo di Piazzale Beccaria.

Ad un tratto mi sento chiamare.
E’ Romano Bennati, un mio parente che abita all’ultimo piano. Mi chiama – dalle scale.
« Che c’è? », chiedo.

« Vieni su Arnaldo », dice, « vieni a vedere ». La sua voce è rauca, tesa. Salgo di corsa ed entro nel suo appartamento.
« Sul tetto », mi dice Romano, « ci sono. degli evasi che vogliono entrare ».

La notizia mi coglie del tutto di sorpresa. « Non ci mancava che questo », dico. Vado alla finestra e guardo fuori. Piove a dirotto e il buio è profondo, ma riesco a distinguere comunque sui tetti vicini due figure che si muovono. Poi altre due figure più in là, e in fondo accanto ai comignoli un gruppo e altre figure isolate e immobili sotto la pioggia. I tetti brulicano di uomini. . Sono evasi dal carcere delle – Murate che sorge a circa trecento metri dal nostro caseggiato.

« Che facciamo ? », chiedo.

« Che vuoi fare? », risponde Romano duramente. « Non si può lasciarli entrare ». Qualcuno batte ai vetri della terrazza. Batte con discrezione ma con insistenza. E intanto la voce che sui tetti ci sono degli evasi si diffonde in tutta la casa. La paura divampa. lnveste per prime le donne che propongono di sbarrare tutte le finestre, di barricare tutti gli accessi alla
casa e impedire in qualsiasi modo l’ingresso a quel gruppo di uomini disperati. Ho paura anch’io, e ha paura anche mio padre e anche Romano Bennati ha paura, sebbene si sforzi di dimostrare il contrario. Si ha la netta angosciosa sensazione che tutti gli inquilini della casa siano minacciati da un pericolo più grave e immediato di quello costituito dall’acqua che avanza. Sicuramente fra gli uomini che vediamo sui tetti ci sono degli assassini o comunque dei criminali disposti a tutto pur di ottenere quello che vogliono. Ma cosa vogliono esattamente? Si limitano a chiederci riparo o una volta entrati si abbandoneranno al saccheggio degli appartamenti?· Per arrivare fino a noi dalla casa di pena da dove sono fuggiti gli evasi hanno camminato sui tetti scivolosi per più di trecento metri rischiando di rompersi il collo. Sicuramente hanno cercato di entrare in altre case prima della nostra, ma ne sono stati respinti. Forse ora sono al limite della sopportazione e un altro rifiuto potrebbe scatenare il loro furore. lntanto i colpi alla finestra si fanno sempre più insistenti, martellanti: bisogna prendere una decisione, ma non è facile prenderla. Che facciamo? Ci si rende conto all’improvviso che se gli evasi avessero intenzioni cattive avrebbero già fracassato i vetri e sarebbero entrati con la forza. Alla luce di questa considerazione la situazione appare forse meno grave. Un altro breve nervoso consulto e decidiamo di affidarci alla sorte.

Apro la finestra della terrazza e malconci, bagnati come pulcini, intirizziti per il freddo, gli evasi entrano in casa. Ce n’è di tutti i tipi e di tutte le età. Alcuni hanno facce poco raccomandabili, altri cupe e infelici. Ma con nostra grande sorpresa tutti sembrano imbarazzati e intimiditi.

Un giovanotto alto, bruno, grondante d’acqua e con una grande sciarpa fradicia al collo si schiarisce la gola.

« Non abbiamo cattive intenzioni », dice, « vogliamo soltanto raggiungere la strada. Sa, lì al carcere, hanno dato il si salvi chi può e noi siamo saliti sui tetti… ». Dall’accento pare piemontese.

« Ci spiace disturbare », dice un altro, « ci basta usare le vostre scale per uscire… ».

Gli dico che in strada ci sono ora più di tre metri d’acqua e che la corrente è cosi’ forte da travolgere chicchessia, anche il più forte nuotatore. E’ infatti impossibile uscire. Ora che sono entrati devono restare con noi. Gli evasi si guardano l’un l’altro in silenzio. E io intanto mi chiedo dove li metto. Sono una quarantina e sebbene visti da vicino formino un insieme penoso continuano a incutere paura. Penso che sia più facile controllarli se si dividono e propongo che un gruppo rimanga nell’appartamento di Romano, un altro gruppo scenda da me e gli altri negli appartamenti del secondo piano. Ma le famiglie che abitano al secondo piano non ne vogliono sapere. E io non gli posso dar torto. Non ci sono che donne e uomini anziani.

« Be’ », dico, fingendo una disinvoltura che non ho, « ci arrangeremo. Voi restate qui. Gli altri vengano con me ».

Una trentina di evasi mi seguono giù per le scale e io li faccio entrare in casa. Ne sistemo venti nella sartoria, gli altri li porto nell’appartamento. Il salotto è molto grande c’è posto per tutti e sedie e poltrone dove sedere.

« Su » dico, « accomodatevi ».

Il giovanotto alto e bruno che sembra il più autorevole scuote il capo. « No », dice, « non vogliamo dare disturbo »,

Mia moglie rinfrancata dai modi urbani dei nostri ospiti insiste. « Su, su, sedete, accomodatevi ».

Si siedono qua e là; sul divano, sulle poltrone. Uno di loro tira fuori un pacchetto di sigarette e le offre a mia moglie, a me, a mio padre, perfino ai bambini. Per alcuni minuti è tutto uno scambio di cortesie salottiere, di grazie e di prego, di non si disturbi, di fiammiferi che si accendono, di portacenere che passano da una mano all’altra. Gli evasi offrono sigarette e noi qualcosa da mangiare. Ma i nostri ospiti rifiutano cortesemente. La tensione comunque è rotta e si familiarizza.

Alla luce delle candele osservo gli evasi: vi sono dei giovani sui vent’anni e uomini sulla cinquantina. Alcuni hanno l’uniforme completa del carcere, giubbotto e pantaloni di panno marrone, altri indossano al posto del giubbotto maglioni colorati. Che strana situazione. Mi col· pisce un ometto alto un metro e sessanta, magro, biondiccio, pallido e arguto che si comporta come un brillante invitato a una festa mondana, tenendo sempre desta la conversazione e pronunciando battute di spirito.

È chiaro che tutti cercano calore umano, anche il giovanotto siciliano che mi aggancia e per qualche minuto mi tiene impegnato in una conversazione di cui non capisco nulla. Parla in modo assai confuso e con una lentezza esasperante e poi Io ho la mente altrove, all’acqua che continua a salire in tutta la città, e agli altri evasi di là, nelle stanze della sartoria. Per tenerli d’occhio tutti passo da una stanza all’altra come un anfitrione che si occupa dei suoi ospiti. A un tratto mi trovo accanto a un giovanotto bruno e pallido che sta parlando con mia sorella.

« Signora », dice, « appena sarò in grado di fare un buon colpo mi ricorderò di lei e dei suoi figli ».

Il rumore del saccheggio

E’ un rapinatore e questo è il suo modo di esprimere la riconoscenza.
« Per l’amor di Dio » , dice mia sorella, « lasci perdere ».

Il rapinatore è imbarazzato come un uomo che si è visto rifiutare un dono. Devo spiegargli che non è il caso di sentirsi in obbligo con noi. Ora la conversazione prende risvolti autobiografici.

« Io », dice uno degli evasi, « quand’ero fuori ne ho fatte di tutti i colori. Ma non mi è mai capitato di fare del male a chi mi ha teso una mano. No, maledizione! Proprio mai. E questo lo dico anche a nome dei miei compagni. Voi signori potete star tranquilli ».

Arriva qualcuno dalla sartoria per chiederci un po’ di olio. Vogliono farsi un lume con stoppini ricavati da brandelli di stoffa. In sartoria la situazione sembra calma. Un gruppo di evasi è riunito accanto alle flnestre e guarda la strada in basso piena d’acqua e le barche della polizia e dei vigili del fuoco. Due evasi dormono sulle sedie, altri aspettano stesi sui banchi. Mi rendo conto che questa piccola comunità è profondamente divisa: chi riposa attende il momento di rientrare in carcere, chi è affacciato alla finestra aspetta l’occasione per sparire. Alcuni mi chiedono infatti la strada per Milano, Roma, Genova.

Chi è più che mai deciso a non tornare in carcere è l’ometto biondo e chiacchierone.

« Io », dice, « esco e svicolo a sinistra anche se ci sono quattro metri d’acqua. Sono un esperto marinaio ».
E’ agitato, febbrile e la sua febbre contagia anche gli altri.

Gli faccio notare che la corrente è fortissima e lo porterebbe verso il centro della città. Altro che svicolare a sinistra. L’ometto sorride e guarda l’ora: sono quasi le dieci e attorno a noi è tutto un frastuono d’acqua furibonda.

« Vado », dice. Ma quando vede che l’acqua ha interamente sommerso la prima rampa delle scale e sale verso il pianerottolo si arrende e torna indietro. « Non possiamo farcela ».

Vuol andarsene anche un giovanotto biondo condannato a dieci anni per truffa. E’ un italo-iugoslavo che parla sette lingue. Ha già fatto sette anni dentro e ora vuole tornare a casa.

« Non sono fatto per questa vita », dice, « se non ci fosse stata l’alluvione sarei rimasto dentro fino alla fine, ma un’occasione come questa non si presenta un’altra volta. Non ne posso più e voglio andarmene ».

A un tratto dalle case vicine si ode un gran baccano: rumore di vetri infranti e di porte scardinate. Qualcuno sta rubando. Mio padre dice al giovanotto biondo di far qualcosa per impedire il saccheggio. « Vi abbiamo accolti con comprensione. Tutti si può sbagliare, ma ora voi dovete far qualcosa. Rubare in una circostanza come questa è un atto inqualificabile » Quattro o cinque volonterosi si assumono l’incarico di fermare il saccheggio. Escono da una delle finestre delle scale alla ricerca dei ladri, ma ritornano pochi minuti dopo. « Niente da fare », dicono, « quelli Ii non vogliono sentir ragione. Ci dispiace molto per voi ».

Nel salotto, intanto, le conversazioni continuano. Ognuno ha raccontato la propria storia e il curriculum vitae dei miei ospiti è completo: furti, rapine, truffe, uxoricidi. Si va da un minimo di tre anni ad un massimo di trenta. Il siciliano continua la sua chiacchierata incomprensibile, e mia madre, che gli sta accanto, crolla dal sonno.I miei nipoti giocano a scopa con due evasi e alla luce delle candele e degli stoppini la scena ha qualcosa di incredibile.
Uno degli ospiti trova su un mobile il catalogo Bolaffi.
« Tò » dice « il Bolaffi. Chi fa collezione di francobolli? ».

Il collezionista è mio padre che si fa avanti contento di aver trovato qualcuno che abbia il suo stesso_hobby. Fra i due comincia una conversazione sui francobolli alla quale ben presto si unisce un altro evaso che si rivela un vero competente. « La mia collezione », dice, ce l’ho in cella. Peccato ». Parlano da esperti, dal « Penny Black » al « Gronchi rosa ».

« E lei non ha un hobby? », mi chiede qualcuno cortesemente. Rispondo che ce l’ho, ma non sono i francobolli, è il cinema.
« Ha il proiettore? ». « Si ».
« Sonoro ? ». « Si ».
« Peccato che non ci sia la corrente elettrica. Avrebbe potuto farci vedere qualche cosa ».

Buonanotte ai bambini

L’acqua intanto, continua a salire. Il suo lugubre respiro si avvicina sempre più. Ancora un poco e dovremo sgomberare e trasferirci al piano superiore.

« Vi daremo una mano a trasportare la roba », dicono gli evasi.

Ritorno in sartoria: qui è tutto tranquillo, ma l’aria, nonostante le finestre aperte, è irrespirabile per il fumo dei lucignoli improvvisati e delle sigarette. Le ore passano. A mezzanotte persuadiamo i bambini ad andare a letto. Gli evasi fanno a gara per salutarli e per stringer loro la mano. A mio nipote e a mia figlia regalano due catenelle da collo con la medaglietta. « Per ricordo », dicono.

Il tatuato porta la notizia

Si è un po’ persa di vista la famiglia a cui abbiamo ceduto una stanza. Il bimbo di due anni dorme già da tempo, i due sposi chiusi in un silenzio triste forse pensano all’acqua che ha invaso il loro mezzanino distruggendo i mobili e tutto quello che c’è dentro. A un tratto pero’ si fanno vivi nel chiaroscuro allucinante del salotto. Hanno sentito dei rumori sospetti venire dal loro appartamento. Il figlio maggiore scende e va a vedere. Nell’appartamento l’acqua è alta più di un metro, i mobili sono scassinati, l’armadio che conteneva gli abiti di tutta la famiglia è completamente vuoto. Il ragazzo risale sgomento. Sua madre piange. Sgomenti sono anche i miei ospiti che temono un aggravio di pena. Su un foglio di carta scrivono i nomi di coloro che non si sono mai allontanati dall’appartamento perché, più tardi, non vengano confusi con gli altri. Il foglio di carta e la biro per scrivere glieli do io su richiesta loro. « Non vogliamo pagare anche noi che non abbiamo fatto niente ». Danno il foglio con i nomi a mia sorella e le dicono: « Ci pensi lei, signora. Lo consegni al direttore del carcere quando tutto sarà finito. Dica che noi siamo sempre stati qui e che non c’entriamo con i furti ».

Sono quasi le due. Cerco di riposare. Con la testa appoggiata al piano di una macchina per cucire riposa anche il biondino che voleva « svicolare a sinistra ». Nel dormiveglia sento che qualcuno sta ancora parlando di fuga e calcolando le ore che ancora lo separano da casa.

Timidamente cerco di persuaderlo a rientrare in carcere ma non ottengo risposta. Ripiombo nel dormiveglia ma le conversazioni continuano ad arrivarmi a brandelli. Ora gli evasi parlano dell’Inter, della Juve, degli spettacoli televisivi e fumano, fumano una sigaretta dopo l’altra. All’improvviso mi sveglia un grido che viene dalle scale: l’acqua sta scendendo. Accendo una candela e accorro: è vero, l’acqua è scesa al quindicesimo scalino, siamo salvi. Torno in sartoria, mi affaccio a una finestra e noto con gioia che le sciabolate di luce dei mezzi anfibi della polizia e dell’esercito illuminano i tetti delle macchine sommerse. Siamo salvi davvero. Mi volto e mi accorgo che ci sono delle,facce nuove. Altri due evasi appena arrivati. Portano la notizia che per chi rientrerà in carcere prima delle otto non vi sarà aggravio di pena. I due nuovi arrivati grondano acqua. Uno è di corporatura media, l’altro è piccolissimo. Il piccolo si toglie la maglia fradicia e mostra il petto mingherlino completamente coperto di tatuaggi. La notizia che portano non emoziona nessuno. Le decisioni sono già state prese. Chi ha deciso di ritornare, chi di darsi alla fuga: per la mamma, per i figli, per la moglie o per una vaga libertà che durerà molto poco. L’esodo comincia. Gli evasi decisi a rientrare in prigione riprendono la via dei tetti. Rimangono soltanto coloro che vogliono scappare. Li conto: sono otto. Aspettano seduti nel salotto che le strade ridiventino praticabili. Tacciono ed è inutile che io gli parli per convincerli a ritornare in carcere. Suonano le tre. A un tratto il siciliano si alza e comincia a fare uno dei suoi discorsi strampalati, nebulosi come l’aria della stanza gravida di fumo:

« Ecco, arrivati a questo punto… ogni testa è un mondo… direi che… ma non voglio consigliare nessuno… siamo uomini liberi… e a me pare che… ».

Lo interrompe un romano segaligno e sferzante. « Allora? Qual è la morale di questo discorso? Vieni al sodo ».
Il siciliano si offende. « Che sodo? Che morale? », chiede. « Io volevo dire che… ».
« Ci stai a fare un discorso che pari Paolo VI », taglia corto il romano.
« Volevo dire che… data l’ora I’acqua bassa… due ore ancora di buio… ma non voglio
consigliare nessuno… ».

« Per quel che mi riguarda », dice il romano e si alza in piedi, « trovo che si sia abusato anche troppo della cortesia di questi signori. Quindi per me è l’ora d’annassene ». Fa due passi verso mio padre e gli porge la mano. « Tante grazie », dice. Poi si rivolge a me « Tante grazie », ripete e sorride. Gli altri seguono il suo esempio. Ora hanno fretta di andarsene, ma prima propongono di rimettere in ordine la stanza. E si mettono a spazzolare i divani, a vuotare i portacenere, ad avvicinare le poltrone al muri del salotto, a scopare il pavimento.

« Lasciate stare », dico, « ci pensiamo noi. Buona fortuna. Cercate di non mettervi in altri guai ».

Perché piange il siciliano?

Scendono. L’ultimo a lasciarci è il siciliano dal linguaggio incomprensibile. E’ commosso e ha gli occhi umidi. E la cosa più curiosa è che siamo commossi anche noi. Sentiamo i loro passi scendere le scale, poi il tonfo dei corpi che si calano in acqua. Sono circa le quattro. L’avventura è finita.

« Be’ », dice mio padre, « ci hanno fatto compagnia. E noi li abbiamo fatti sentire meno soli, meno abbandonati ».

Poco dopo mio padre se ne va a dormire. Io resto solo nella casa silenziosa ad ascoltare il suono della tragedia che Firenze fuori ha vissuto in quelle ore. Cerco di fare un po’ di ordine e a un tratto mi capita tra le mani il giornale del giorno prima, quattro novembre ’66. Non so perché lo sguardo si posa sulla pagina degli « Spettacoli », sull’elenco dei cinema.

All’Alhambra, sotto casa, danno « Che notte, ragazzi! »