Claudio Armati

Là sotto, nella biblioteca Nazionale sfondata e inondata dalla forza dell’acqua un gruppo di giovani, quasi in fila indiana, lavorava come a una catena di montaggio. I libri infangati venivano raccolti e passavano di mano in mano: ad ogni passaggio una rapida ripulita. La fila terminava nell’ampio atrio della biblioteca: qui c’erano le ragazze che stendevano una pagina alla volta ad asciugare.
Chi parla è un “angelo del fango” bergamasco, Claudio Armati, per tanti anni sindaco di Ponteranica, che torna a Firenze un po’ per celebrare, per ricordare, ma un po’ anche per … vedere l’effetto che fa.
Allora, cinquant’anni orsono, avevo 23 anni e dopo avere frequentato il primo biennio di ingegneria a Pavia, mi ero trasferito per il terzo anno a Bologna. Una facoltà, una città già aperta, già viva anche se il 68 era di là da venire. Si parlava, si discuteva, si ragionava sul mondo e sulla nostra società. È stato naturale decidere di “scendere” a dare una mano. Naturale, spontaneo, senza spinte dei mass media, anche perché allora di tv se ne vedeva ben poca. Nei primi giorni seguenti il 4 novembre non c’era alcuna organizzazione: presi il treno e via, eccomi a dare il mio contributo.
Al mio arrivo la prima impressione fu paradossalmente di normalità. La stazione di Santa Maria Novelle era piena di viaggiatori e non portava tracce evidenti di dell’alluvione. Ma man mano percorrevo le vie che portavano verso l’Arno, lo scenario diventava sempre più irreale e infine si trasformava in un incubo: il regno della bellezza trasformato in un mare di melma. Scomparsi i delicati colori che fanno di questa città un’opera d’arte. Tutto grigio, sembrava che una patina seppia fosse stata passata su monumenti, piazze, strade.
L’Arno era un torrente fangoso e il ponte Vecchio, che mi ricordavo splendido ed elegante in pieno sole, era sommerso da rifiuti di ogni genere.
Ricordo che la prima sensazione che mi colse fu l’odore, indimenticabile: dolciastro, particolare, si respirava soprattutto nei sotterranei della biblioteca. Eppure, nella desolazione, nell’impatto con la distruzione, il mio animo, come quello degli altri i volontari, era pieno di voglia di rimettere tutto in piedi. Non c’era nessuno che desse indicazioni, né che ti dicesse dove andare; così mi recai nel luogo che più mi stava a cuore: la Biblioteca Nazionale, il luogo della nostra memoria, dove erano custodite tante opere che rischiavano di andare perdute se non si interveniva in fretta. Il nostro compito era di portare al piano terra senza indugi i libri e i giornali depositati nei sotterranei: per questo si era formata una catena umana in cui ci si passavano di mano in mano i fascicoli. Fare presto era indispensabile: ogni ora in più trascorsa sotto il fango poteva significare la perdita di parte quel patrimonio. Si operava alla debole luce che filtrava dalle aperture dell’atrio del piano terreno da cui iniziavano le scale per i sotterranei e a quella delle candele che illuminavano l’archivio ai piani inferiori. Pur coperti dal fango, riuscivamo a leggere i titoli di alcuni volumi e quotidiani. Il desiderio di sfogliarli era grande; così, nei rari momenti in cui la catena umana si interrompeva, potevamo leggere le vicende di metà ottocento raccontate dai giornali inglesi: naturalmente la parte del leone era riservata all’Impero Britannico, alla Francia e alla Germania, ma vi erano anche notizie del nostro paese. Eravamo certi di essere in mezzo alla storia, nell’epicentro della vita, tutt’altro che immersi nella melma…
Una mattina si verificò un fatto strano: fummo illuminati da potenti riflettori. Noi naturalmente non riuscimmo a vedere nulla, abbagliati dalla luce violenta. Solo più tardi ci dissero che si trattava della troupe di Franco Zeffirelli che stava riprendendo i disastri prodotti dell’alluvione per dare vita al documentario “Per Firenze”: proiettato in molti paesi del mondo, con il commento di Richard Burton, promosse la solidarietà internazionale per Firenze e per i suoi tesori danneggiati dall’alluvione.
In quella situazione, con il mescolamento di volontari e militari che si trattavano alla pari, senza nessuno che desse ordini, senza nessuno che organizzasse i lavori, che pure procedevano speditamente, cibo e rispetto delle più elementari norme di igiene venivano dimenticati perché quei documenti, le vicende raccontate in quei reperti malandati ci chiamavano: non potevano aspettare. Dovevano arrivare alla luce e alla cura di altri volontari, soprattutto le ragazze che delicatamente li sfogliavano nelle sale dei piani più alti risparmiate dalle acque. Le ragazze, già: qui feci davvero l’esperienza per la prima volta della parità tra donne e uomini: efficienti, disinvolte, attivissime Fu una sorpresa, lo ammetto. Ricordiamoci però che erano i primi anni sessanta.
Non c’è stato tempo per le amicizie e neanche per le conoscenze. Io andavo avanti e indietro da Bologna a Firenze col treno, tutti i giorni. Era questo l’invito che le autorità rivolgevano a chi poteva evitare di fermarsi la notte. Facevo il pendolare del fango, con gioia, con impegno, anche se mi resta un senso di amarezza ed è legato al fatto che tanti studenti fiorentini che con me frequentavano l’università non si mossero da Bologna, non sentirono il bisogno di dare un aiuto alla loro città.
Ma chi non c’era si è perso qualcosa. A parte questa certezza di essere protagonista della storia, questi colleghi studenti hanno certo perso qualche punto all’esame di idraulica: avevamo infatti come docente Giulio Supino, un professore illuminato e preparato. Due anni prima che l’Arno rompesse gli argini c’era stata la tragedia del Vajont, molto sentita a Bologna. E Giulio Supino da lì aveva cominciato a occuparsi dei problemi idrogeologici del territorio, degli errori degli interventi umani… insomma, l’inondazione fiorentina fu l’argomento clou di quel semestre, su cui si concentrarono le domande degli esami.
Quasi ogni anno ho il piacere di rivedermi nel filmato girato da Zeffirelli che viene trasmesso nei primi giorni di novembre nei servizi televisivi: io sono lì, mentre passo i faldoni dei giornali lungo la scala. Non avevo, come tutti del resto in quel momento, nemmeno la mascherina. Quelle ci sono state consegnate solo nei giorni successivi. Beh: nonostante lo spontaneismo e anche l’impreparazione, qualcosa di bello l’abbiamo fatto, anche se a mio parere, in seguito, si è esagerato a considerare quanto accaduto a Firenze in quei giorni, un segno di nuovi tempi che maturavano, l’emergere di una nuova volontà di partecipazione. O almeno, io non ne ero consapevole.