Testimonianza di Leonardo Altieri
L. Altieri, Gli angeli del fango bolognesi ricordano, in M. Iacuaniello, E. Pantano, E. Bollino (a cura di), Solidarietà e utopia. Bologna, gli angeli del fango e le alluvioni del 1966, Clueb, Bologna, pp. 83-85, 2009; (formato A4);

Il clima di quegli anni

Per tutto novembre si susseguivano le notizie relative alle conseguenze dell’alluvione di Firenze. E alle spedizioni di centinaia e centinaia di giovani che si recavano là per dare una mano.
Fu un fenomeno inaspettato, sorprendente che segnò una tappa importante nella storia della gioventù italiana. E giustamente il regista Marco Tullio Giordana nel suo lungo film “La meglio gioventù” dà uno spazio significativo a quell’evento! E dire che proprio quell’anno era uscita la famosa ricerca Shell (cioè finanziata dalla Shell) che definiva quella italiana come “la gioventù delle 3 M”, cioè della Mamma, della Macchina e del Mestiere. I giovani italiani di quei tempi, cioè, sarebbero stati molto tradizionalisti, succubi alla mamma e alle pareti domestiche, interessati solo al consumismo (di cui il possesso dell’auto era l’emblema) e ai soldi (garantiti da una buona collocazione lavorativa).

Ovviamente, allora, al liceo scientifico, non sapevamo nulla della ricerca Shell e dell’etichetta che ci dipingeva addosso. Solo più tardi, nel mio mestiere di docente di Sociologia, avrei dovuto occuparmi di quella ricerca (e ricordarmi come nella ricerca sociale sia facile prendere abbagli).

Ma anche nel liceo di Faenza da tempo c’era fermento. Le discussioni su temi di attualità, nelle ore di Lettere e in quelle di Religione, erano molto accese, attente, partecipate. I “segni dei tempi”, come si cominciava a dire proprio allora, erano arrivati anche in un liceo di provincia. Anche nella nostra classe, la V° B, avevamo il compagno che suonava la chitarra elettrica (erano le primissime) e che l’anno precedente aveva portato i capelli lunghi alla beatnick. E la compagna che si procurava per prima i nuovi dischi beat e rock che arrivavano dagli Usa o dall’Inghilterra. E si discuteva di hippy, di pacifismo, di impegno sociale, ecc.

Gli Scout organizzano

Finche si propagò la notizia che anche nel nostro liceo si stava preparando una spedizione a Firenze. Furono gli Scout faentini a farsi carico dell’organizzazione, dato che erano l’unica associazione presente in modo consistente fra gli studenti. E, come dimostrarono anche i fermenti sociali futuri che videro molti ex scout faentini in prima fila, essi furono molto permeabili all’aria nuova che si respirava fra i giovani a livello internazionale.

Ho ritrovato persino alcuni miei appunti di 40 anni fa. Ricordo che fu Paolo Oriani (oggi docente all’ITC Oriani) a farsi portavoce della proposta nella nostra classe. Sempre lui, nelle settimane precedenti, aveva promosso una raccolta di fondi a favore dei sinistrati dell’alluvione. Se ben ricordo andammo almeno in cinque della nostra classe: Paolo Oriani ovviamente, Stefano Bosi, Jacopo Menghetti di Palazzuolo, Marian Neckji (ora tutti e tre medici) ed il sottoscritto. Stefano Bosi ed io, abitando a Castelbolognese, non eravamo scout, ma ci aggregammo.
Ricordo ancora che ci pensai su per alcuni giorni, col dubbio di non essere all’altezza della situazione. Mi aiutò sapere che anche un mio grande amico, Gian Paolo Zannoli, un ex castellano trasferitosi a Bologna, era già andato a Firenze. E ricordo la vera soddisfazione che provai dentro di
me quando la decisione di partecipare fu presa in modo irrevocabile. E anche la meraviglia dei miei quando comunicai loro la decisione!

Partimmo in pullman venerdì 25 novembre. Equipaggiati di stivali e badili, sacchi a pelo e materassini! E tornammo la sera della domenica successiva. Eravamo in 34 (come risulta dai miei appunti di allora). Facevamo base in un palazzo sul Lungarno Vespucci. Anche noi non scout avevamo ricevuto il nostro fazzoletto rosso da mettere al collo. Solo che, non avendo l’apposito anello per stringere il fazzoletto sotto il collo, presi una scatola di cerini, la forai e ci infilai dentro gli estremi del fazzoletto.

Fra canti di protesta e fango

Ricordo ancora lucidamente che nel pullman cantavamo a squarciagola le “canzoni di protesta” che allora andavano per la maggiore fra i giovani impegnati. Francesco Guccini e i Nomadi dominavano su tutti: “Dio è morto”, “Come potete giudicar”, “Noi non ci saremo” (che fu il vero inno di quella spedizione, cantato a non finire). E poi anche “Auschwitz” (ancora Guccini, ma nell’interpretazione dell’Equipe 84) e “Brennero 66” dei Pooh (che allora, potrà sorprendere, facevano anch’essi canzoni di protesta).

La scelta degli scout faentini fu di non aggregarsi ai tanti studenti che andavano nella Galleria degli Uffizi o nei Musei a recuperare dal fango libri ed opere d’arte. Fu invece di andare presso abitazioni di gente con pochi mezzi per aiutarla a liberarsi dal fango e dall’acqua. Il primo lavoro fu di svuotare un’abitazione dai mobili rovinati dall’acqua. Quindi lavorammo un poco al teatro comunale. Successivamente in via De’ Pieri a svuotare dal fango un piccolo forno. Qui accadde un episodio curioso che a lungo abbiamo ricordato fra compagni di liceo (e che narrerò alla fine di questa testimonianza). Infine a svuotare cantine.

Si lavorava divisi in gruppi. Un gruppo, a cui fortunatamente io non partecipavo, ebbe una pericolosa avventura. Erano a lavorare immersi nel fango da un dentista. La corrente elettrica, che fino ad allora in quel quartiere era mancata, venne riallacciata senza alcun avviso. Potete immaginare il rischio per chi era immerso nel fango e nell’acqua, con le prese di corrente ad altezza di stivale improvvisamente riattivate. Fortunatamente tutto si concluso solo con un grande spavento per i compagni lì impegnati.

La sera si tornava a casa stanchissimi, coperti di fango. Ma era divertente fare gare a lanciare secchi pieni di melma ed acqua fuori dai finestrini delle cantine. Oppure in autobus vedere i passeggeri ritrarsi schifati lontano da noi. Ma soprattutto, nonostante la fatica, cantare a squarciagola le nostre canzoni la sera al ritorno lungo l’Arno, contenti di quel che avevamo fatto.

Il caso dell’On. La… Malta

Ed ora l’episodio del forno. Era un piccolo locale, gestito da una copia di anziani coniugi, i quali se ne stavano lì nel mezzo del fango che aveva persino fatto marcire i loro scaffali, quasi inebetiti, incapaci di fare alcunché. Noi ci mettiamo a spalare di buona lena. Ad un certo punto passa di lì l’onorevole La Malfa (il La Malfa padre) che era ministro, col suo codazzo di portaborse e guardia-spalle. Qualcuno doveva avergli detto che lì dentro c’erano a lavorare degli scout, quindi certamente dei “ragazzi per bene”. Lo vediamo entrare e proferire enfaticamente parole di questo tipo: “Questi sì che sono bravi ragazzi, non quei capelloni che protestano…!”. Ma uno di noi, concentrato sul suo lavoro (di cui ricordo bene il nome, ma che è opportuno tralasciare), non si era accorto del nuovo entrato. Solleva il suo attrezzo ed ecco… una badilata di fango riversarsi su giacca e cravatta di La Malfa. Occorre dire che il ministro, avendoci appena lodato, fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco. E la cosa finì lì! Ma ebbe un seguito, tornati a Faenza. Facevamo allo scientifico, a quei tempi, un giornaletto di istituto intitolato “L’Alambicco”. Il numero successivo fu ovviamente dedicato alla nostra spedizione a Firenze. E fu così che apparve un articolo, se ricordo bene in prima pagina, con un grande titolo che sparava: “Come l’on. La Malfa divenne l’on… La Malta”!

Con la collaborazione di Paolo Oriani