50 anni dall’alluvione, ma non sembra… visto che i ricordi sono ancora vivi

Pioveva da giorni, incessantemente e con grande intensità, l’Arno in piena da settimane.

Era la sera tardi del giovedì 3 novembre, ricordo che ero in casa con i familiari, quando suonò il campanello. Ci guardammo stupiti perché non aspettavamo nessuno a quell’ora. Aprimmo la porta e c’era mio cugino che abitava all’Ellera (piccola frazione di Compiobbi sulla SS67) che disse entrando: ero a Pontassieve a cena e quando stavo per rientrare a casa non sono potuto passare perché l’Arno, alle Sieci, è straripato e non si passa, volevo tornare a Pontassieve ma anche l’altra parte di strada era stata nel frattempo invasa dalle acque dell’Arno. Unica strada libera quella che saliva in collina verso Fiesole e poi sono sceso per venire qui da voi a Firenze.

In effetti nel tardo pomeriggio dalla finestra del salotto avevamo visto il fiume più gonfio del solito ma non potevamo mai immaginare cosa stava per succedere. Per precauzione, della serie non si sa mai, scendemmo in cantina e portammo al primo piano il Motom 48 per metterlo al riparo da eventuali allagamenti delle cantine, e qualche altro strumento in casa. E facemmo bene perché tutto ciò che rimase andò perduto.

Dopo alcuni scambi di impressioni su ciò che era successo (e non era ancora il peggio), il pensiero fu quello di avvertire gli zii per comunicare che il loro figlio era da noi e stava bene, provammo a lungo ma ormai le linee telefoniche non funzionavo più. E la preoccupazione su ciò che stava avvenendo saliva, specialmente nel babbo, che fra le varie precauzioni e sicurezze (scese in strada e legò l’automobile ad una ringhiera) cominciò a riempire vari contenitori d’acqua, compresa la vasca da bagno che non avevo mai vista piena fino all’orlo. Poi sempre dalla cantina portò in casa una vecchia lanterna ad acetilene, perché anche la luce cominciò a fare strani versi. E con quella sola piccola fiammella, che si accendeva ad intervalli per risparmiare combustibile perché una volta finito (non sapevamo quando sarebbe tornata un po’ di normalità) si sarebbe rimasti completamente al buio. Non è come oggi dove in tutte le case ci sono lumini, pile, lanterne, candele e candelone profumate…! Noi rispetto a tantissimi, oltre a un paio di candele, avevamo anche la lampada ad acetilene. E nelle sere seguenti, durante le quali la luce mancò, questa piccola lanterna rossa con un grande manico di legno, fu semplicemente fantastica!

Andammo a letto, dopo averne preparato uno per l’ospite inatteso, e passò così la notte dove in altre parti del percorso dell’Arno e di molti affluenti si stava consumando la tragedia completamente con allagamenti distruzione e morte.

Al mattino dopo il risveglio fu triste perché ad una prima ricognizione ci accorgemmo che l’acqua fuoriuscita dai tombini (l’acqua in Arno con la sua tremenda pressione aveva invaso tutto il sistema fognario della città ed era fuoriuscita da tutti i tombini e prese d’Arno fino a raggiungere lo stesso livello del fiume in piena per il principio dei vasi comunicanti) aveva allagato le cantine e il piano stradale. Quindi solo poche decine di centimetri di acqua rispetto al piano stradale che comunque rapidamente scomparve. Scoprimmo con grande sorpresa che il vecchio Isolotto (zona della chiesa) era più alto delle zone limitrofe, Parco delle Cascine comprese dove si vedeva che c’era un unico immenso lago. Nella notte l’acqua aveva invaso l’ippodromo, lo zoo e allagato tutte le case e altri edifici della zona. Morirono tanti cavalli e tutti gli animali dello zoo, compreso il mitico Canapone, un cammello molto amato da noi ragazzi. Tralascio le altre cronache di distruzione e morte, dolorose e portatrici di lutti e ingenti danni, per dedicarmi alle descrizioni più circoscritte al vecchio Isolotto. Praticamente nel perimetro delineato dalla sponda sinistra dell’Arno, da via Torcicoda, da via Mortuli e da via dei Platani l’Arno non aveva fatto tanti danni ed eravamo già dalla mattina diciamo all’asciutto. In via Torcicoda nella prima mattina del 4 novembre scorreva ancora tanta acqua tanto da farci sembrare in riva ad un torrente.

In quel frangente noi ragazzotti ci stavamo guardando intorno, ovviamente nessuno era andato a scuola, tutto interrotto e tutto fermo. Mentre camminavano nei dintorni ci imbattemmo in un fatto unico: un coetaneo che abitava in una casa ex colonica situata sotto il livello stradale e quindi completamente allagata, si gettò in acqua mentre stavamo arrivando (gli arrivava alle spalle) con un sacchetto della spesa in bocca (mi sembra) e arrivò fino alla “sponda di via Torcicoda”. Qui un nostro applauso scrosciante lo accolse mentre tentava di asciugarsi un po’ con dei panni che qualche anima pia gli aveva portato. Entrò poi nel bar (aperto) e prese qualche cosa da mangiare per casa… Poi, con sprezzante aria di sfida a noi rivolta che lo guardavamo, si incamminò ancora in direzione della casa dove i suoi parenti lo aspettavano affacciati alle finestre del primo piano. Da allora il Carissimo amico si chiama “Tozzi del lago”. Anzi cercherò di rintracciarlo per un simpatico incontro.

Poco dopo cominciarono a circolare le notizie dei danni ingenti che aveva subito la città. Ovviamente le maggiori attenzioni andarono in quei momenti alle vite umane, alle abitazioni e attività commerciali allagate e con grandi difficoltà per gli sfortunati concittadini. Anche perché c’è da considerare che non si trattava di semplice acqua, magari, ma di un fluido misto di nafta (dei serbatoi del riscaldamento), fognatura, e tutto quello che l’acqua aveva diluito e trasportato con la sua avanzata inarrestabile.

Quindi decidemmo di metterci in cammino per arrivare in centro. Passare da vie che al posto della pavimentazione in pietra o asfalto avevano delle grandi chiazze di sabbia, gasolio ed altro che avevano completamente uniformato ad un colore marroncino grigio nero, con gli immancabili segni di massimo livello raggiunto dal liquido putrido che si era formato con l’avanzata dell’acqua. Vedemmo, man mano che si procedeva verso la Stazione di Santa Maria Novella, le macchine messe di traverso, alcune ribaltate o le une sopra le altre. Lo spettacolo che non scorderò mai lo vidi nel sottopasso della ferrovia di via Alamanni: era completamente ostruito da automobili fino quasi al livello del parapetto ferroviario. E tanto per completare la visione, quasi in cima al monte delle automobili c’era l’edicola di un giornalaio. Ogni tanto passava qualche mezzo dei Vigili del Fuoco o altre forze di polizia. Tutti correvano da qualche parte ma la macchina dei soccorsi ancora era in alto mare. Noi ragazzi per quel primo giorno, solo con stivali personali e qualche secchio ci fermammo in via del Pignone e aiutammo i più sfortunati a tirare fuori il possibile dalle case. Più che passavano le ore, i minuti, la riflessione andava all’immaginare quali danni reali si era lasciata dietro questa catastrofe e quanto la città avrebbe sofferto per ritornare a galla. Senza trascurare chi non poteva avercela fatta perdendo addirittura la vita ed in moltissimi perdendo tutto o quasi tutto di ciò che avevano magari messo insieme con tanti sacrifici. Quindi fra un divano gocciolante, sporco e maleodorante, tirato fuori da un appartamento e le decine di secchi di melma passati di mano in mano, arrivammo alla sera stanchi e decidemmo di rientrare a casa. Ovviamente durante l’intera giornata niente di niente, nemmeno l’acqua per bere, perché non c’era più l’acquedotto.

La sera a casa ci lavammo alla meno peggio con poco più di un tegame di acqua “fredda” a testa e poi con un del pane dei giorni precedenti mangiammo qualche cosa, con la ristoratrice illuminazione della piccola lampada ad acetilene e poi tutti a letto.

Notizie di oltre il visibile, osservato personalmente nella giornata appena trascorsa, ovviamente nessuna.

La mattina dopo di buon’ora sentimmo rumori in piazza e affacciandosi alla finestra vedemmo un mezzo di soccorso con uomini che distribuivano qualche cosa. Si scese e ci furono date a noi due tute blu ed una piccola pala. Altri attrezzi già finiti e gli stivali non gli prendemmo perché noi già calzato i nostri. Ci fu detto di andare verso il centro dove sicuramente qualche persona aveva bisogno di noi. Così facemmo.

Per un paio di giorni, non ricordo precisamente dove e quando (ogni tanto passava qualche persona munita di macchina fotografica ed immortalava il nostro lavoro) si proseguì nell’opera di svuotatura di negozi e appartamenti in zona ponte alla Vittoria. Ricordo che, nonostante la freschezza dei 18 anni, fu veramente dura. E non solo per la fatica o le privazioni, ma per quello che leggevo negli occhi delle persone: disperazione, ansia e rassegnazione. Cercavamo anche di incoraggiare con belle parole circa gli aiuti anche economici che sarebbero arrivati, ma molte parole finivano nel nulla.

Per quanto riguarda la questione del cugino fu forse al terzo o quarto giorno che furono ripristinate le linee telefoniche. Quindi la mattina presto squillò il telefono, ricordo il vecchio apparecchio nero appeso alla parete dell’ingresso, mia madre rispose e disse quasi subito G……o è qui. Aveva riconosciuto la voce della sorella e senza farla finire di dire qualsiasi altra cosa le comunicò la buona notizia. Erano in effetti disperati perché non avevano più avuto notizie del figlio da 3 giorni. Con la telefonata dissero che forse la strada era percorribile e quindi il cugino mise in moto la sua C4 e tornò verso casa dai suoi.

All’Isolotto nel frattempo, si era ormai il 7 o forse 8 novembre, il parroco, Don Enzo Mazzi, aveva organizzato l’apertura di un centro di assistenza e distribuzione viveri di prima necessità per i bisognosi. Ci chiese di aiutarlo in questa attività di volontariato. Io insieme ad altri più o meno giovani (non era un posto per ragazzini o anziani perché c’era da lavorare tanto e durare fatica). Il giorno dopo cominciarono ad arrivare scatole di alimentari di tutti i tipi. Inizialmente montagne di pasta e scatolette. A seguire, insieme a questi prodotti di primo impiego, iniziarono ad arrivare olio, burro, formaggi, marmellate. Ad un certo punto eravamo forniti più di un grande supermercato. Ovviamente dal primo giorno cominciò la distribuzione e qui la cosa iniziò a farsi di lana caprina in quanto alla voce del “tutto gratis” arrivava chiunque a farsi dare una busta di viveri. Capimmo che la cosa doveva essere organizzata per fare un minimo di controllo, senza ovviamente scadere nel fiscale, ma comunque per non passare da sprovveduti. Quindi a turno uno di noi era all’ingresso e le persone che facevano la fila dicevano nome e cognome, dove abitavano e quindi che danni avevano avuto e quanti erano in famiglia. Ciò scritto a mano, non ricordo se su un quaderno o fogli volanti, si procedeva a rilasciare un buono con descritta la spettanza giornaliera, che variava in base all’esistenza in magazzino. Esistenza che in funzione degli arrivi doveva anche essere consumata più velocemente di altri alimenti, ad esempio quando arrivavano 2 quintali di burro si doveva calcolare di distribuirlo in uno o due giorni in quanto non c’erano frigoriferi. E benché fosse inverno la temperatura non era bassa.

Ovviamente capitarono diversi casi di approfittamento. C’era chi dichiarava più persone, oppure chi tornava dopo un paio d’ore tentando di fare nuovamente provvista. Nei casi eclatanti si cercava di intervenire, senza mai esagerare ovviamente, oppure in altri casi si chiudeva un occhio. Nei giorni che seguirono la cosa aveva preso talmente una piega industriale che c’era bisogno di fare il punto della situazione sulle provviste più volte al giorno, sia per non distribuire ciò che era finito oppure, al contrario, lasciare qualche cosa sugli scaffali perché non si sapeva che era arrivato.

L’avventura più significativa mi capitò verso la metà del mese, quando si presentò una madre disperata perché non aveva più latte per il proprio piccolo e non ne trovava di latte in polvere. Arrivò la notizia che ce n’erano delle scorte a Pontassieve. Nessuno era in grado di reperire velocemente un mezzo per andare a prendere il latte e io mi offrii volontario per andare, memore della mia esperienza motociclistica anche sugli argini dell’Arno col fidato Motom 48 Superelle del babbo. Quindi nella tarda mattinata, indossato casco ed occhiali con un piccolo zaino sulle spalle, mi avviai verso Pontassieve. Non vi dico lo stupore che provai nell’attraversare la città ancora vistosamente e profondamente segnata dall’alluvione. Montagne di detriti, masserizie e automobili in ogni dove, segni del livello dell’acqua fino ad altezze spropositatamente alte, decine di persone al lavoro come tante formichine che entravano ed uscivano da negozi, portoni, cantine. Tutti indaffarati e veloci nei singoli gesti. Comunque andavo. Arrivato fuori Firenze, sulla SS67 dove ero giunto passando letteralmente sopra mucchi di sabbia friabile ed ancora mobile, ferma lì dove il fiume nel tracimare aveva lasciato dietro di se, mi accorsi che quella strada era praticamente una unica via di fango detriti sabbia e sassi su cui era molto precario procedere. Comunque a 18 anni tutto sembra possibile e prosegui nella mia missione. Ricordo interminabili tragitto e zig zag per procedere. In alcuni tratti vedevo il fiume sotto di me, in basso di una trentina di metri o più, senza nessuna barriera fra me e lui, solo una interminabile scarpata di detriti e fango, via via che ci si avvicinava al fiume. Alla mia destra la ferrovia in alcuni tratti invasa dall’acqua ma molto spesso libera e “percorribile”. Tanto che ad un certo momento mi venne anche l’idea di passare di li sopra. Le traversine non sarebbero certo state più difficili da superare della parte di “fuoristrada” che stavo percorrendo. Ovviamente quando trovavo un tratto non interessato dallo straripamento dell’Arno era un sogno. Strada pulita e, OVVIAMENTE, nessun tipo di traffico. Quando passavo vicino a qualche abitazione qualche persona si affacciava e molto spesso mi chiedevano notizie circa la mia destinazione o dove ero stato o cosa sapevo. Dicevo quelle poche cosa che sapevo e che dovevo sbrigarmi perché c’era un bambino che stava patendo la fame.

Il racconto di questa avventura meriterebbe anche una più dettagliata trattazione, ma per dare un senso compiuto ed una conclusione dirò che arrivai a Pontassieve (non ricordo dove) presi le confezioni di latte (quelle che potevano stare nello zaino) e feci il viaggio inverso fino ad arrivare a FIRENZE 5 (così si chiamava il centro viveri dell’Isolotto) e consegnai lo zaino mentre altri si preoccuparono di recapitarlo alla mamma in attesa. Un pomeriggio intenso che ricorderò tutta la vita, con qualche momento di paure di vario genere, di non farcela, o paura di cadere e finire in Arno o lì vicino, dove sicuramente avrei corso qualche rischio perché non passava nessuno e nessuno sapeva dove ero passato.

I giorni che seguirono, fino alla ritenuta normalità, lavorai anche dieci ora al giorno al centro viveri. Sicuramente non avrò recuperato un libro raro, ma mi sento tranquillo ed onestamente credo di essermi impegnato al pari di tanti altri che da anni vengono ricordati, solo loro, come salvatori di Firenze.

Nei mesi successivi furono vendute ai fiorentini alluvionati, con o senza contributo, i seguenti beni:

  • automobili
  • arredamenti e abbigliamento
  • caldaie e bruciatori
  • sgomberi e ripristino di attività commerciali e industriali

Mentre alcuni morirono o non ebbero la forza per rimettersi in piedi, per tanti significò una opportunità commerciale mai vista nel territorio in tempi moderni, paragonabile sollo al passaggio della seconda guerra mondiale. Parrebbe una conclusione poco coerente all’evento ma è stata la realtà.

Un cordiale saluto,
Mauro