Raffaello Ravallese

L’autunno del ’66 sembra simile a tutti gli altri, e quando apprendiamo dai telegiornali che l’Arno ha superato gli argini, il fenomeno appare quasi fisiologico e circoscritto. All’indomani la tragedia comincia a rivelarsi in tutta la sua cruda realtà ed,incontrandoci all’ORUAB (Organismo Rappresentativo Universitari Ateneo Barese), è Piero Sabatelli a dare le prime cifre ed i primi connotati della catastrofe. Si decide subito di raccogliere fondi e si allestisce un banco alla facoltà di Lettere dove gli studenti accorrono numerosi e disponibili secondo le proprie possibilità. Sensibilizzati dalla gravità del danno umano e culturale e stimolati dal professor Giorgio Nebbia i responsabili dell’organismo, uniti senza distinzione di schieramento politico, decidono di passare ai fatti e di mandare un gruppo di lavoro in soccorso della città del Fiore. Il sottoscritto si propone subito e viene nominato capogruppo anche in ragione della sua carica di responsabile del “diritto allo studio” nella Giunta esecutiva: sono presenti Romolo Paparella, Lucio Albergo, Angelo Mele,Giovanni Giua, Graziano Ciocia… Si rammaricano per non poter venire gli amici Franco Ardito, frenato da impegni familiari e Mimmo Lassandro alle prese con la seduta di laurea. La partenza è prevista la sera stessa e, acquistata velocemente l’attrezzatura (soprattutto gli stivali) accompagnato da Nino Boccasile, parto per Firenze, via Bologna, dopo aver avuto appena il tempo di avvertire i genitori (solo molti anni dopo mi renderò conto di ciò che avevo loro procurato). L’indomani, verso le nove, arrivo ed,
uscendo dalla stazione, non vedo ancora i segni devastanti dell’alluvione, ma percorsi pochi isolati in direzione di Piazza della Signoria, i segni dell’acqua mista a nafta e liquami (4 -5 metri d’altezza) presenti sugli edifici rivelano chiaramente il dramma consumatosi pochi giorni prima: negozi ed abitazioni devastati dal fango,suppellettili e mobili ormai inservibili strappati alle case e abbandonati per strada,gente privata in un attimo del frutto dei sacrifici di una vita. E poi, subito dopo, la ferita all’arte, la porta del Ghiberti imbrattata, il crocifisso di Cimabue rovinato… infine i libri, centinaia di migliaia, coperti dalla melma nei sotterranei della Biblioteca Nazionale. Ripresomi da un trauma che non soffocava una diffusa sindrome di Stendhal, mi reco a Palazzo Strozzi per incontrare il professor Bonsanti, responsabile del Gabinetto Viesseux, il quale, già organizzato, mi consiglia di recarmi alla Biblioteca Nazionale,dove incontro un dirigente , il dottor De Gregori,ed il Direttore,professor Casamassima. Offerta loro la disponibilità di una squadra di circa venti studenti dell’Università di Bari, mi chiedono di inviarli a lavorare all’essiccatoio della stazione per il recupero dei libri più importanti con sistemazione notturna nelle cuccette dei treni. Il dottor De Gregari mi aggiorna sulla presenza di un piccolo problema da me ritenuto ampiamente superabile:la presenza notturna di numerose ragazze vicine di cuccetta! Telefono nel pomeriggio a Bari. Mi rispondono Paparella e Albergo e, spiegata la situazione, raccomando loro di mandare una squadra di universitari il prima possibile. Il giorno seguente vado alla stazione a riceverli: arrivano,con equipaggiamento al seguito, Franco Guarracino, Massimo Morrone, Lello Ravallese, Luciano Giagni, Empedocle Maffia, Tullio Prata, Mario Gagliardi, Lele Zallone, Patrizia Grasso. Quest’ultima, una fiorentina residente a Bari, la sistemo nel mio scompartimento per sottrarla alle attenzioni troppo interessate dei baresi: devo dire che la precauzione si rivela inutile per la presenza copiosa di gentil sesso, anzi deleteria perché la tranquilla Patrizia spezzerà i cuori dei due amici di scompartimento (eravamo in quattro) portandoli ad una rivalità solo dopo superata e che io apprenderò dopo quaranta anni. Seguito un rapido corso di restauro dei volumi, lavoriamo a Firenze circa un mese ripulendo ed asciugando testi, stampe antiche, qualcuno partecipa al recupero dei libri nella catena umana istituita presso la Biblioteca, a volte ripuliamo dal fango la casa di una coppia di anziani rendendola agibile o aiutiamo un negozio a riprendere l’attività. Il legame con i fiorentini è forte e percepiamo l’affetto e la riconoscenza ovunque. In questo mese nascono amicizie, scambi di opinioni, nuove esperienze e sento nell’aria i segni di un fermento che porterà al sessantotto, ma questa è un’altra storia. Fioriscono soprattutto legami, amori, alcuni lunghi un giorno, altri un mese, altri definitivi e tanti di noi non potranno dimenticare il calore di una notte ed il risveglio prima di una giornata di fatica. Il tutto avviene in una atmosfera di vicinanza, solidarietà e gioiosa goliardia: sparisce di tutto, da bevande e cibi a piccoli ricordi e l’amico Ravallese pone sulla porta del nostro scompartimento un cartello con la scritta: “Tutto il fregabile è stato già fregato, risparmiatevi ulteriori fatiche di ricerca”. L’episodio con foto è riportato da “Nazione”, “Resto del Carlino”, “ Avanti”. Dopo un mese la Città riprende la sua attività, le ferite non sono sanate, ma almeno curate e gli “angeli del fango” baresi tornano a casa. In una fredda mattina dei primi di dicembre scendiamo a piazza Roma , convinti che a Bari non si sia parlato d’altro che dell’alluvione di Firenze e ci aspettiamo una folla entusiasta ad accoglierci. Ovviamente non c’è anima viva ad attenderci e delusi ci incamminiamo ciascuno alla propria casa.