Foto di anteprima di Fausto Braganti

Sei metri: fu questa l’altezza massima raggiunta dall’acqua dell’Arno nel centro storico di Firenze durante l’alluvione del 1966: 6 metri. Scritta in numeri sembra fare più effetto, anche se il risultato poi non cambia di molto: era alta quanto una casa di due piani. Questo basta per far capire cosa sia stato quel 4 novembre di cinquant’anni fa nella memoria della città. Questo dovrebbe aiutare a far comprendere quanto drammatica fu la situazione in quelle ore infinite in cui tutto, ma proprio tutto, venne sommerso dall’acqua.

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Il 4 novembre del 1966 era per me una data sbiadita nella storia del Paese. In molti ricordano cos’è accaduto 50 anni fa a Firenze, ma sono davvero pochi quelli che sanno cosa sia successo veramente. Io l’ho capito in queste settimane, nel novembre del 2016, grazie alla “Blog Experience Alluvione50” che, a distanza di 50 anni dall’evento che mutò per sempre la storia della città, mi ha portato a Firenze per 4 intensi giorni di memoria.

Mi sono sentito un privilegiato a poter assistere a quelle celebrazioni, alla presenza dei rappresentanti dello Stato e soprattutto degli “angeli del fango” che una parte così rilevante rivestirono nei giorni del disastro, quando tanto c’era da fare e tanto si fece affinché la città tornasse a vivere e i suoi tesori a splendere.

Immerso, è proprio il caso di dirlo, nella memoria di Firenze, grazie a numerosi eventi commemorativi ho cercato di immaginarmi quei giorni lontani, per comprendere veramente cosa fosse successo per le strade di una delle città più belle e più amate del mondo.

Ho cercato nei luoghi e nei volti delle persone il significato più profondo della parola memoria; l’ho cercato negli eventi che per quattro giorni mi hanno fatto attraversare il centro di Firenze in lungo e in largo, portandomi a toccare con mano sia i luoghi simbolo sia, soprattutto, le emozioni che a quei luoghi sono legate. Ho trovato la memoria di quei tragici eventi alla mostra Arno ’66 a Palazzo Medici Riccardi, dove grazie ad una installazione ho compreso davvero cosa significassero quei 6 metri di acqua e fango a ricoprire e oscurare il centro di Firenze; ho trovato tracce di memoria negli abbracci delle persone più anziane che di fronte a filmati e foto dell’epoca sembravano proteggersi a vicenda e consolarsi, nel ricordo ancora vivo di quella tragedia.

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Ho rintracciato la memoria di quei giorni nelle parole e soprattutto negli occhi e negli sguardi profondi degli angeli del fango, tornati a Firenze 50 anni dopo proprio per portare la loro testimonianza e con la loro presenza rendere viva, per l’appunto, la memoria.

Memoria è la fiaccolata degli angeli del fango su Ponte alle Grazie, un fiume di fiammelle che nella notte di Firenze ha riportato indietro l’orologio della Storia e ha illuminato Ponte Vecchio con la scenografica e meravigliosa video installazione Ponte Vecchio – Un viaggio nel tempo: un video mapping di grande efficacia che ha ripercorso la storia delle alluvioni di Firenze sulle pareti del ponte-simbolo della città, ancora una volta rimasto in piedi quasi a simboleggiare la resistenza e la tenacia di una città intera e della sua comunità.

Ma la memoria di questi giorni sospesi nel tempo – memoria vera, profonda e commovente – l’ho trovata soprattutto nelle parole semplici dirette, senza retorica, di don Giampietro Gamucci: 92 anni, parroco di San Niccolò, don Gamucci ti guarda dritto negli occhi con lucidità disarmante e sorridendo, con parole che ti entrano dentro per semplicità e onestà profonde, ti dice che sì, la memoria è importante, importantissima: perché l’alluvione fu un Giudizio Universale, che cancellò le differenze e le divisioni e rese tutto universale. Per questo quando dopo averlo incontrato esci fuori, per le strade di Firenze inondate dal sole, senti che qualcosa si è mosso dentro di te; capisci che è grazie a persone straordinarie come lui che la memoria continua ad essere tramandata, innestata su menti nuove che la rinnoveranno e tramanderanno ancora, senza soluzione di continuità.

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Perché la memoria è come l’alluvione: quando l’acqua si ritira, sul fondo delle strade della città e nella mente delle persone rimangono depositati dei segni evidenti. Dobbiamo essere bravi noi a lavare via i segni sulle strade, per poter ricominciare a vivere; ma a non cancellare quelli nella mente che, unici, ci permetteranno di sopravvivere all’oblio.

 

di Marco Pellegrini