Ogni volta che si accenna all’Arno e alla grande alluvione, c’è sempre qualcuno pronto a far riemergere nuovi ricordi. Ognuno di quei frammenti di vita è talmente prezioso da essere meritevolmente oggetto di cura e attenzione. Ogni memoria è degna di essere raccolta e custodita. Conservare e alimentare la narrazione significa aggiungere nuovi pezzi a un puzzle che prima o poi – chissà quando, chissà come – definirà una volta per tutte la sua cornice. Ma occorre fare presto. Perché oggi i testimoni ci sono ancora. Ma quando sarà passato troppo tempo, quelle immagini si dissolveranno definitivamente. La condivisione è importante proprio per questo: selezionare ed evidenziare ricordi perduti significa riempire di colore figure che per oltre mezzo secolo sono state consegnate alla storia in bianco e nero.

La distanza che ci separa da quei fatti sembra abbia indebolito la nostra comune percezione del rischio. Ma soprattutto, complici le celebrazioni, ha restituito una selezione di ricordi quasi sempre felici. O, per meglio dire, positivi. La tendenza più diffusa è quella che ha giustamente riacceso i riflettori sulla solidarietà, sulle romantiche nostalgie di una Firenze lontana, sulle reminiscenze malinconiche, sull’ironia che la città ha palesato nonostante tutto (basta ricordare i cartelli dei bottegai, che di fronte ai loro negozi scrissero “oggi fanghi freschi”, “piatti in umido” o “chiuso per nervoso”).

Eppure non tutto fu così romantico. Quando si parla di ciò che è accaduto nel ’66 c’è chi rabbrividisce ancora oggi. Se al sostantivo “alluvione” aggiungiamo quasi sempre l’aggettivo “drammatica” è perché non portò solo distruzione, ma anche molta sofferenza. Un dolore che trova spazio nei commenti scritti sulla pagina Facebook di “Toscana Firenze 2016”.

  • «Avevo 19 anni e mi sembrò una tragedia».
    (Franco Bucciarelli)

 

  • «Avevo dieci anni. Quel giorno me lo ricordo come fosse ieri. Guardavamo dai vetri delle finestre il finimondo fuori. Trombe d’aria in laguna, i pini dell’Idroscalo che cadevano uno a uno come birilli. Io e i miei fratelli eravamo terrorizzati. Mia madre, seduta in cucina, recitava incessantemente il rosario. Ci recammo a Grosseto una settimana dopo e le immagini di quella distruzione, della disperazione di chi aveva perso tutto, delle bestie gonfie galleggianti nelle acque dell’Ombrone, erano di quelle che ti si fissano nella mente e restano indelebili per tutta la vita».
    (Daniela Innocenti)

 

  • «Io c’ero… ma a San Piero a Ponti. Mentre a Firenze l’acqua diminuiva, da noi aumentava. Tre notti da incubo. Poi la terza notte fummo prelevate con i gommoni dalla finestra del primo e unico piano. Eravamo più di sessanta persone: suore inferme, suore anziane, orfanelle e noi giovani. Poi un viaggio interminabile: prima alla scuola di Cesare Battisti, a Prato, e poi alla Villa del Palco. Giorni interminabili».
    (Suor Damiana De Leo)

 

  • «Un bruttissimo ricordo. Avevo un negozio di giocattoli, carrozzine e articoli per bambini. Ho spalato fango con i miei genitori, abbiamo perso tutto. Un bruttissimo ricordo della mia vita».
    (Tamara Casamonti)

 

  • «A undici anni abitavo nel centro di Figline Valdarno. Due i ricordi indelebili dell’alluvione: il silenzio irreale al risveglio, quando le acque dell’Arno oramai esondato aveva circondato la mia piazza allagando con due metri tutte le strade che vi si affacciavano; e soprattutto l’uomo che il giorno dopo, attraversando in auto il paese, dove il fango era rimasto al posto delle acque e chi poteva andava a portare aiuto a chi stava peggio, urlava di scappare suonando il clacson perché “era scoppiata la diga”. La corsa disperata sulle colline intorno a Figline con in braccio mio fratello di un anno è un ricordo bruttissimo»
    (Mariangela Salvini)

 

  • «Diciamo che sono viva per miracolo. Ero alla fonte a prendere l’acqua per bere, all’improvviso dette di fuori il fiume. Avevo l’acqua ai piedi, feci appena in tempo ad entrare nel portone di casa e in un attimo c’erano due metri di acqua. Avevo tredici anni».
    (Fiorella Guarducci)

 

  • «Io avevo due metri e novanta di acqua in casa. I pompieri ci portarono via delle finestre del primo piano. È passato oltre mezzo secolo, ma se chiudo gli occhi vedo sempre la scena. Un grazie a tutti volontari e alle famiglie che aprirono le porte a chi aveva perso tutto».
    (Gualtiero Torselli)


a cura di gianluca testa

Post correlati