“Noi ci s’era a dare una mano”, scrive Giuseppe. Il cognome è Alighieri, proprio come Dante. E del sommo poeta, oltre all’origine fiorentina, ha in comune la lingua. “Noi ci s’era”, scrive. Ci s’era, non “c’eravamo”. In quest’espressione così tipicamente toscana c’è il sapore (e il sale) di un’appartenenza radicata, di una storia che è ormai stata assorbita dalla pelle e dai cuori.

Una rivendicazione linguistica che fa sfoggio di sé per raccontare ciò che per alcuni è rimasto sommerso troppo a lungo. Che l’alluvione del ’66 sia parte integrante delle memoria collettiva è ormai assodato. Ma troppo spesso ci siamo affidati quasi esclusivamente alle commemorazioni istituzionali, alle storie-simbolo ormai troppo pop, alle immagini evocative che, nonostante il tempo trascorso, non finiscono mai di stimolare rinnovati sentimenti. Ecco perché, in un simile contesto, il semplice “noi ci s’era” scritto da Giuseppe è più emblematico di qualsiasi altra rappresentazione narrativa. È per questa ragione che continuiamo a riportare a galla commenti, pensieri, ricordi e aneddoti che i testimoni di ieri hanno deciso di pubblicare sulla pagina Facebook di “Toscana Firenze 2016”. Abbiamo già riportato alcuni frammenti di dettagli secondari, sintetici accenni di esperienze che rendono la storia ancor più reale.

Tra quelle tante immagini, spesso caratterizzate da un’intimità rara, ce ne sono alcune che attingono a scene familiari. Del resto niente di quello che è successo nei giorni della grande alluvione – e in quelli immediatamente successivi – è davvero solo e soltanto una storia privata.

 

  • «Avevo tre anni, mi ritrovai sopra il tetto della casa insieme a mio fratello di cinque. Mia madre ci porto lì attraverso una piccola finestra delle soffitte per aspettare i soccorsi. Anche se piccola, ricordo le auto che galleggiavano capovolte. Un altro ricordo fu quando ci ospitarono in un hotel e venne a farci visita una signora benestante. Mi guardò e mi diede una banconota da diecimila lire dicendomi “Fai a metà con il tuo fratellino”. Io la piegai e le divisi, dandogliene una parte a mio fratello. Mia madre diventò verde perché non volevo consegnare la mia parte».
    (Cinzia Bargiacchi)

 

  • «Per un’ora cercammo di vuotare le cantine, poi ci avvisarono che Arno ed Era erano pieni e c’era il rischio che straripassero. Allora ci rassegnammo».
    (Piera Degl’Innocenti Comucci)

 

  • «Quanti scivoloni nella melma! Alla fine mia madre non mi mandava più a prendere l’acqua».
    (Paolo Graps)

 

  • «Ero molto giovane, all’epoca. Dormivo nel salottino della tv, con l’unico telefono sul mio comodino. Verso le quattro o le cinque del mattino squillò. Richiamavano il mio babbo, dipendente Valdarno (ora Enel) per un’emergenza. Partì con la sua Lambretta e non sapemmo niente fino al giorno dopo. Non esistevano i cellulari e neppure le notizie in diretta. Quando tornò, fortunatamente sano anche se senza Lambretta (finita nella melma), sapemmo cos’era accaduto. Non faccio parte degli “angeli”, anche se ho cercato di aiutare. Ma certi ricordi li porti comunque dentro».
    (Manola Mari)

 

  • «In Santa Croce chiedevano aiuto dalle finestre. Occorreva cibo, ma soprattutto acqua. I primi giorni furono i peggiori perché l’acqua faceva gorghi e correva travolgendo auto e quello che trovava. Eravamo impotenti. Dopo i primi giorni a mio fratello William venne in mente il canotto da mare dei figli. Quanti viaggi con i remi…».
    (Patrizia Zavataro)

 

  • «Il mio papà aveva un negozio in Santa Croce, era un intagliatore. Fu un disastro. Ma con tanta forza e tanto amore si risollevò da quella tragedia».
    (Gianna Doni)

 

  • «Babbo, perché le auto in via Montebello stanotte hanno cambiato senso di marcia? Vanno verso le Cascine, non più verso piazza Ognissanti…».
    (Susanna Garosi a suo padre)

 

a cura di gianluca testa

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