Sarà che con l’acqua, Gianni Rodarti, familiarizzò fin da bambino. Forse è per questo che si prese volentieri a cuore i bimbi di Firenze. Lui ch’era nato e cresciuto sulle rive del lago d’Orta, tre anni prima di vincere il premio Andersen dedicò alcune sue giornate a osservare, ammirare e studiare i disegni dei bimbi alluvionati. Furono raccolti in un volume (“Com’era l’acqua”, edito da La Nuova Italia e curato da Idana Pescioli). Un libro bellissimo, prezioso e secondario. Perché in mezzo alle tante tracce scritte, visive e multimediali lasciate da chi ha raccontato direttamente o indirettamente l’alluvione, i disegni dei bambini sembravano aver assunto, in quel dramma narrativo messo in scena dal ricordo, un ruolo rimasto scoperto per mancanza d’interpreti: quello di comprimari. Quel libro illustrato, col suo inedito formato orizzontale, uscì un anno dopo la grande alluvione. Com’era facile immaginare, prima di essere dimenticato il libro andò esaurito. Mezzo secolo dopo, grazie alla Fondazione Idana Pescioli e alla Rizzoli, è stata realizzata una ristampa anastatica. Ed è lì, tra quelle pagine, che riemerge il testo inedito di Gianni Rodari. Con la sensibilità che gli è sempre appartenuta, ci accompagna nel mondo dei bimbi alluvionati indicandoci con amorevole compassione i segni evidenti della drammatica esperienza (a partire dagli elicotteri) e i grandi elementi stranamente – ma comprensibilmente – assenti (il sole). «Ogni disegno, in questo senso, è una storia personale ed intima – scrive Rodari – e sarà caro a chi sa cercare, nella grande storia di tutti, la piccola storia di ciascuno, compresi i bambini che non hanno mai fatto la storia». (gt)

 

Uno spicchio di sole
di Gianni Rodari

Se il cronista trecentesco che ci ha lasciato, nella sua lingua tutta d’oro, il resoconto di un’antica alluvione di Firenze potesse gettare un’occhiata sui disegni in cui i ragazzi fiorentini del 1966 hanno raccontato la loro alluvione, e che qui si pubblicano, si e no riconoscerebbe la sua città, dopo secoli di crescita e metamorfosi architettoniche ed urbanistiche; ma più che altro, passata la prima sorpresa, lo colpirebbero certi particolari per lui misteriosi ed incomprensibili: sui tetti e le cuspidi delle case-torri quella selva di doppie croci che formano un aereo cimitero, e che noi non notiamo né contiamo, come non contiamo i tegoli ad uno ad uno, perché per noi sono semplicemente le antenne della televisione; quei singolari monumenti semisommersi dalle acque in cui non potrebbe indovinare i nostri distributori di benzina; le scritte pubblicitarie («caffè»… che sarà mai?); le targhe stradali: «via Gioberti»…; l’alfabeto – arabo per lui – della segnaletica circolatoria (i bambini mostrano di preferire il segnale di direzione vietata, anche se, nel riprodurlo, si schierano in due partiti: quello che lascia una striscia bianca nel tondo rosso e quello che traccia una striscia bianca nel tondo rosso); le stravaganti imbarcazioni senza vela e senza remi, i carri senza cavalli, le macchine a due ruote (motociclette, più spesso che biciclette, in omaggio ai progressi della motorizzazione); soprattutto, infine, lo farebbe restar di sasso, il Nostro, la visita delle gigantesche, apocalittiche libellule che si liberano sui terrazzi, sui quartieri, sulle campagne. Gli elicotteri…

Si direbbe che a Firenze, in quei giorni, gli elicotteri abbiano addirittura intasato le vie del cielo, tanti ne hanno visti, disegnati e dipinti i bambini. Forse ce n’era, in realtà, qualcuno di meno… Ma un elicottero sta in alto e vola: può essere visto, nello stesso istante, da cento, da mille finestre, ciascuna col suo alluvionato e col suo fumetto per chiedere soccorso; può moltiplicarsi, negli sguardi dei testimoni, come si moltiplicavano nella leggenda i volontari di Garibaldi, passando e ripassando davanti al fuoco del bivacco, per parere molti all’ingenuo nemico.

Questo, e la fatale tendenza dei testimoni oculari a contraddirsi, spiega perché in quell’armata senza numero – angelo o diavoli? – non ci siano due elicotteri gemelli. A catalogarli con un po’ d’attenzione, si distinguono prima di tutto secondo il colore: c’è quello rosso, quello verde, il blù, il marroncino, il grigiorosa, il grigioverde, il grigionero, il nero, il giallino, il giallo, l’arancione; e c’è quello che, riassumendo in sé tutte le strisce dell’arcobaleno, accampa la sua immagine festosa e trionfante in un panorama di confusa desolazione. C’è l’elicottero piccolo, il moscerino; c’è quello grande quanto un tetto o tre. Taluni svolazzano isolati, come rondini in ritardo sul gruppo; altri si avventano a sciami, come le vespe. Il più poetico e gentile assume l’aspetto di una casetta volante, con la porta in mezzo e una finestrella per lato, nella più antica delle simmetrie: minuscola arca di un grande diluvio. Alcuni, a salvataggio dei naufraghi, allungano una scala; ma l’elicottero generoso, da solo, lascia penzolare ben tre enormi scale, tre veri scaloni da andarci in Paradiso, come nella visione di Giacobbe. E c’è quello, non meno biblico, che fa piovere sul deserto delle acque la sua manna di scatolette appesa agli ombrelloni dei paracadute.

L’elicottero divide con l’acqua, in questi racconti, il ruolo di protagonista. È lui il San Giorgio che sconfigge il drago, l’Orlando che giunge in soccorso della bella principessa, il Tom Mix del risolutivo «arrivano-i-nostri!»… Già, ma a proposito di Tom Mix, dove sono i cavalli? Ne sono rimasti un paio a scalpitare nel box; un terzo si salva per conto suo, a nuoto… Una volta il cavallo era qualcosa, era qualcuno, per i bambini. Nei loro disegni di quarant’anni fa la sua parte era quella, salvi i diritti della zoologia, del leone. Oggi, diciamolo pure, povero cavallo, non è più nessuno: il suo posto nell’immaginazione infantile come sulla strada, vuoi di città vuoi di campagna, lo ha preso l’automobile. Travolte, sommerse, rovesciate ruote all’aria, inghiottite via dalla corrente vandalica, le automobili lasciano anche in questi fogli il documento della loro sconfitta. Ma contro l’elicottero l’acqua è impotente. Dell’acqua è tutto ciò che sta per terra: le case, le chiese, i ponti, i cassettoni, le sedie, gli alberi (quale con tutte le foglie, quale spoglio, ciascuno con la sua stagione privata). Dell’elicottero è tutto ciò che sta dai tetti in su: ed ecco perché tanta gente si arrampica tra i comignoli, cosa che faceva, certo, anche nelle alluvioni del passato, ma senza poter sperare che passasse almeno un piccione aviatore, come quello che portò Pinocchio a cercare «il su’ babbo».

Quanto pochi, a confronto, i cristiani che si salvano all’antica, con la barca. È anche lei, del resto, la fragile barchetta a remi che stava a galla perfino se D’Annunzio la caricava di un nome solennissimo (… «Quando l’alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò nella città per mezzo di palischermi…») è sostituita nella calamità – i bambini, pur nello sgomento dell’ora, non mancano di rilevarlo – da natanti meno primitivi e ben più efficienti: lo zatterone militare, mimetizzato da coccinella o da coccodrillo, il canotto di gomma circolare, vagamente babilonese (per un istante la gente che guarda dal ponte, al riparo di larghi ombrelli palazzeschiani, avrà avuto il sospetto di stare sulle rive dell’Eufrate, anziché su quelle dell’Arno).

Non mancano navigazioni e naviganti di fantasia: un estroso cittadino butta a un naufrago, a mo’ di salvagente, la persiana della sua finestra; un tale se ne va tranquillamente alla deriva seduto sul suo letto. Sarà lui, domani, che quando racconterà l’alluvione farà schiattare dalle risa i nipoti: il caso e il letto di legno, ottimo da galleggiamento, gli hanno provveduto l’aneddoto da condire con il proverbiale «spiritaccio fiorentino». Domani, però, anzi dopodomani: quando la rabbia sarà passata…

Adesso la gente ha troppo da fare a stare in equilibrio sui tetti, a cercar scampo sui balconi, ad allungar scale, acchiappar corde, mettere insieme il coraggio di tuffarsi. E poi, a scopare il fango fuori di casa, a far la fila all’autobotte per una bottiglia d’acqua, a puntellare le case pericolanti. Sono già comparsi (veramente portati dai «magliari»?) i famosi stivaloni di gomma: e anche per loro c’è un piccolo testimone scrupoloso.

Una cosa non si nota subito. Ci vuole un po’. Si comincia ad avvertire una puntura di disagio, ci si domanda inquieti: manca qualcosa?

Nei disegni dei bambini c’è sempre il sole. Spesso c’è anche se piove, ficcato tra le nuvole ad aspettare il suo turno. Non è un fatto di meteorologia: è il sole, l’arancia rossa raggiante, sta bene dappertutto, sugli incidenti automobilistici, sulle processioni, sui terremoti. Ricordo addirittura un disegno con due soli: di una bambina che era stata dal dentista, e raffigurava se stessa, tremante e sperduta nell’enorme poltrona della tortura… ma a compensarsi e consolarsi si era disegnata due soli sfolgoranti, uno per occhio. In questi disegni il sole non c’è: che piovesse e diluviasse, lo ripeto, non vuol dire niente.

C’è un paio di volte la luna, ci sono molti cieli azzurri, c’è perfino una pioggia tutta azzurra. Di sole, qualche raggio sperduto in un solo disegno, ma ci vuole occhio a indovinarlo. Un mezzo sole, un quarto di sole, a dire il vero, c’è, ma si tratta di una citazione. Il disegno raffigura un interno: due persone sono state sorprese in casa dall’acqua, si danno da fare. Appeso alla parete c’è un quadretto con un albero, forse una palma, e quello spicchio di sole, appunto, che, dal suo angolo, abbraccia l’albero con un largo fascio di luce dorata. Un sole, per noi, quasi ironico: ma i bambini non conoscono l’ironia. L’autore del disegno, con quel sole, ha obbedito a un prepotente bisogno di calore e di speranza, ha gettato anche lui la sua àncora in alto, per sfuggire al mare di desolazione che lo circondava.

In quella desolazione le case si stringono l’una all’altra, come un gregge atterrito; o si chiamano, sparse per i campi, gettate l’una lontana dall’altra dall’onda di piena; o addirittura navigano, senza bussola e senza timone: vedete quelle tre case gialle, con tre fumaioli, da cui escono tre fili di fumo che il vento piega dalla stessa parte, come piega, sul mare, il fumo delle navi. Le tre case vanno alla deriva in un mondo vuoto, senza sole, senza uomini. Vi abita gente dimenticata, che non spera in nulla e nessuno: altrimenti si sarebbe pure affacciata alla finestra.

Rimarranno, dell’alluvione di Firenze, immagini più realistiche, più drammatiche, più complete d’informazioni, anche più terrificanti nei documentari cinematografici e televisivi, nelle migliaia di fotografie scattate da professionisti e da dilettanti; testimonianze, narrazioni e polemiche nei nastri magnetici, nelle collezioni dei giornali e delle riviste, negli atti pubblici dei dibattiti e delle inchieste: un materiale immenso, a paragone dell’unica voce «sbigottita e deboletta» con cui Giovanni Villani può narrarci ancora le cronache dell’alluvione del 1333.

Sarebbe forse il caso di domandarsi se possano aggiungere qualcosa, a tanta mole, i disegni dei bambini; se essi non finiranno con l’apparire documenti sui bambini del nostro secolo, anziché sull’alluvione: ossia, sulla loro capacità di cogliere, vivendolo, il senso di un grandioso dramma collettivo. Ma ci sarà tanto tempo, in futuro, per rispondere, se ne varrà la pena, a tali domande, che possiamo fare a meno, per il momento, di approfondire.

Di certo vi è che ogni bambino, come ogni uomo, vive la propria esperienza in modo singolare e irripetibile, proprio come vede il suo elicottero, e non quello del vicino. Ogni disegno, in questo senso, è una storia personale ed intima e sarà caro a chi sa cercare, nella grande storia di tutti, la piccola storia di ciascuno, compresi i bambini che non hanno mai fatto la storia.

Post correlati